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domenica 18 maggio 2008

da leggere assolutamente: è breve e divertente!

Alan Bennet, Un visita guidata [2005], Milano, Adelphi, 2008
La conferenza raccolta in questa piccola pubblicazione fu pronunciata da Alan Bennet nel periodo in cui fu trustee della National Gallery (nomina ricevuta nel 1993) e verte intorno al rapporto fra lo scrittore e la pittura e le esposizioni d’arte. Non si tratta di una conferenza cattedratica, ma di un racconto brillante, ricco di considerazioni ironiche e disincantate che parte, soprattutto, da un approccio tutt’altro che serio e sacrale con le immagini: un modo di guardare, e di restituire sulla pagina, ben diverso dal modo aulico ed estetizzante di Bernard Berenson, che è il bersaglio iniziale delle prime pagine.
Ne è indicativa, in particolare, una definizione dell’iconografia, di cui si riconosce l’utilità come “antidoto” alla critica estetica: «Scoprire […] che i dipinti potevano essere decodificati, che erano anche esperienze intellettuali e non solo estetiche mi confortò parecchio, perché li inserì in un contesto più familiare e anche più inglese – se non altro perché gran parte dell’iconografia, raccontandoci chi è chi e cosa è cosa, può essere vista come una forma più elevata del nostro passatempo nazionale: il pettegolezzo» (p. 18)
Questo approccio, insomma, permette un rapporto meno reverenziale nei confronti dei capolavori, senza il timore di sottolinearne il lato paradossale ai nostri occhi, come il lato “ridicolo”, nella percezione di noi moderni, dell’iconografia dei santi («Conoscere i santi e le loro storie è un […] punto di chiacchiere. E qui a volte trovo difficile mettere a tacere il mio senso del ridicolo, anche se col tempo ho capito che ridere di un quadro non vuol dire non apprezzarlo. Mi è sempre sembrato che i santi e i loro simboli abbiano un lato comico, e alcuni più di altri.» p. 19; un esempio per tutti: «Quasi tutti i quadri sul martirio di san Sebastiano oscillano tra la pornografia e il ridicolo» p. 20). Una esperienza di fruizione, pertanto, che consente di fantasticare intorno alla pittura, di leggerla secondo la propria immaginazione, fino a congetturare i “problemi relazionali” di cui l’iconografia dei santi sarebbe sintomatica: «Secondo me il fatto che i santi non possano mai separarsi dagli strumenti del loro martirio e se li debbano portare appresso in ogni quadro è il sintomo di una grave insicurezza relazionale.» (p. 21). Per esprimere questo fatto, però, di passaggio Bennet racconta un episodio della propria esperienza cinematografica che è utile a comprendere il concetto di segno di riconoscimento che è peculiare dell’iconografia, cioè l’introduzione di una serie di elementi, di segni che rendono subito riconoscibile la persona o la figura raffigurata. La conclusione, però, instaurando un parallelo diretto fra l’aneddoto raccontato e l’iconografia dei santi, è esilarante: «Mi vedo la madre di san Lorenzo che pianta una grana se il figliolo si fa vedere in giro senza il suo barbecue» (p. 22)

mercoledì 21 febbraio 2007

STAGIONI


Mario Rigoni Stern, Stagioni, Torino, Einaudi, 2006

Ma quando finisce l’inverno? È una domanda che nei giorni di fine marzo mi sento fare dai giovani, o anche dai vecchi che conservano poca memoria. Sì, nevica,di notte andiamo abbondantemente sotto lo zero e in casa accendiamo il fuoco nelle stufe. È però sufficiente un giorno di sole e i prati ritornano verdi perché la terra è in amore. La primavera è sempre bianco-verde; se non è per la neve, come da noi, è per i fiori dei ciliegi sulle colline ai piedi delle montagne.
p. 34

È un libro di frammenti, di scritti sparsi riuniti secondo un criterio stagionale. Nelle quattro sezioni del libro, infatti, sono riuniti brani che abbiano una certa attinenza con una stagione piuttosto che con un’altra. Ovviamente, il piano in cui vanno lette le stagioni è doppio: stagioni della natura ma anche stagioni della vita, con un forte ancoraggio al tempo in cui il tempo delle stagioni scandiva la vita umana con i ritmi della natura e gli usi ad essa correlati. Le stagioni, poi, sono anche metafora delle stagioni della vita, e non è un caso che il libro si chiuda con l’autunno, la stagione della decadenza prima del grande freddo.
C’è un filo conduttore di fondo legato al vissuto personale dell’autore e alle tradizioni della montagna, mischiando il tempo della memoria e l’esperienza panica della natura: i frammenti dell’inverno sono dedicati in gran parte alla campagna di Russia (la grande protagonista del suo libro più famoso, Il sergente nella neve); l’autunno, invece, è la stagione della caccia per eccellenza. Il passo delle stagioni, insomma, è in buona parte segnato dagli eventi della natura. Su tutto, comunque, un grande, innamorato inno alla montagna.
Non è un libro che si legge come un romanzo, ma che si legge a singhiozzo, perché ogni scritto è a sé stante, autonomo e compiuto in sé, e si apprezza per la bellezza della scrittura. Aveva ragione una persona che incontrai in treno, di ritorno da Firenze, quando notava che è un libro che si può interrompere e riprendere in ogni momento senza perdere il filo, in quanto ogni paragrafo è godibile in sé. Lo stesso concetto è estendibile aggiungendo che è un libro che si può iniziare da qualsiasi punto, senza che sia necessaria una sequenzialità della lettura: qualsiasi brano può essere il primo. Allo stesso tempo, nulla vieta di leggere ogni volta un brano per ogni stagione, e via dicendo. Insomma, rimane validissimo il “diritto di spizzicare” di cui parlava Pennac.

Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere. Allora, con questo “suonar di bracchetti” ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zufolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campagne che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell’autunno, e sotto un larice, all’asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull’esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una catasta di legna, schizzar via lo scricciolo. Il suo campanellino d’argento ti dirà la prossima neve.
pp. 138-139

sabato 13 gennaio 2007

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Torino, Einaudi, 2003

Mi sembra un libro scritto in maniera intelligente e coerente, sicuramente riuscito nell’intento di calarsi nella mente di un ragazzo artistico e di restituire una vicenda ed una visione del mondo attraverso un filtro così particolare. È come se questo romanzo fosse il flusso coscienza del protagonista, anche se con una particolarità non irrilevante: nella finzione letteraria Chritopher non è solo il narratore interno che parla in prima persona, ma è anche, in forma metaletteraria, l’autore del romanzo. Da questo punto di vista, il romanzo è pensato come un libro in costruzione che Christopher scrive dall’inizio alla fine, senza mascherare che il suo obiettivo, nell’atto della scrittura, è proprio quello di scrivere il libro (e di trovare qualcosa da metterci dentro).
Va detto che Christopher, anche in virtù del disturbo mentale, emerge un po’ come un ragazzo di età incerta: non è chiaro se sia un bambino o un adolescente, giacché la sua crescita biologica non si evince, e il suo sguardo sulle cose è ammantato di una razionalità matematica (anche se una razionalità materialistica ma non ragionevole nelle sue espressioni).
Non ultima, poi, viene quella conflittualità con il padre, anche se a fine romanzo è difficile dire se questo personaggio susciti nel lettore più pena o più rabbia.

“La maggior parte delle persone però è pigra. Non vedono tutto ciò che li circonda. Fanno ciò che si definisce comunemente guardare di sfuggita che è l’equivalente dell’andare a sbattere contro qualcosa e tirare dritto senza farci troppo caso, come quando una pallina da snooker sfiora un’altra pallina da snooker. Le informazioni nella loro testa sono straordinariamente semplici.”
p. 162

martedì 2 gennaio 2007

Donne informate sui fatti


Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti, Milano, Mondadori, 2006

Questo nuovo giallo di Carlo Fruttero, il primo, credo, a non essere scritto i coppia con Franco Lucentini, merita senza dubbi di essere letto.
Le voci di otto donne “informate sui fatti” si alternano nel raccontare, dalla loro prospettiva, quello che sanno (e quello che vogliono raccontare) intorno all’omicidio di una giovane prostituta trovata morta i un fosso.
È lo stesso meccanismo adottato in uno dei più bei libri di Abraham Yehoshua, L’amante, anche se qui ‘è una maggiore varietà linguistica, un cambio di registro da personaggio a personaggio più marcato, ed un rito rapsodico di fondo: la trama procede con rapidità, anche per il continuo cambio di voci. Non c’è mai un capitolo che sia lungo più di cinque pagine, ma è questa la misura giusta per rendere polifonica la narrazione.
L’aspetto più interessante del libro è la scrittura a più voci, l’orchestrazione del racconto in un susseguirsi di monologhi che mano a mano aggiungono un pezzo alla storia (insieme a molte digressioni). Fruttero è bravissimo nel mutare continuamente registro espressivo e linguistico quando fa parlare la bidella pettegola, la barista un po’ sboccata, la carabieniera zelante e maledettamente curiosa, la giornalista di Teleschifo ecc.. C’è insomma una immedesimazione nella testa e nella psicologia di queste donne, pur rimanendo donne viste e fatte parlare da un uomo (il quale però, per sua stessa ammissione, essendo attorniato da donne, le sente parlare spesso, ed ha imparato da loro). Colpisce, fra l’altro, trovare un breve capitolo, in cui parla la barista, che è costruito da una sequenza di sms, scritto utilizzando espressioni del gergo giovanile e, soprattutto, le abbreviazioni con la scrittura a cellulare ha ormai codificato (“x” “per”; “nn” per “non”; “xè” per “perché”): non male da parte di uno scrittore che h superato gli ottant’anni!
Insomma una lettura piacevole che si beve d’un lampo. Non è tanto la trama del giallo a catturare il lettore, quanto l’intelligenza di questa alternanza di voci di donna, molto ben connotate soltanto attraverso il modo di costruire le frasi: l’attenzione al parlato connota ogni personaggio, ne restituisce un tuttotondo efficace.
Secondo me è un testo che si presta ad una riduzione teatrale: fra qualche anno potremmo aspettarci di vederlo in scena, magari al Piccolo, come è già stato per La cerimonia del massaggio di Bennet.

martedì 26 dicembre 2006

Così parlò il nano da giardino




bene, pare che io abbia imparato! A questo punto devo trovare qualche cosa da scrivere su questo blog, giusto?
Al momento, visto che non mi vengono idee migliori, comincio dall'ultimo libro che ho letto. Non è una recensione, soltanto qualche appunto di lettura:

Margherita Oggero, Così parlò il nano da giardino, Torino, Einaudi, 2006

Una favole lieve ed esilarante. Una comunità di gerbilli (dei piccoli roditori con la coda lunga e la pancia bianca) deve abbandonare il suo ambiente naturale, il Gerbido Vecchio, che sta per essere trasformato in un canile. Gongolo, il nano da giardino, gli indica la strada per il Gerbido Nuovo, un luogo protetto su cui veglia il povero spaventapasseri Golem, lì abbandonato dal bambino Duccio, che lo aveva realizzato. Buona parte del racconto è occupata dal racconto dell’esodo di questa piccola comunità, fortemente umanizzata, in cui sono mischiati toni comici ed una parodia dell’epica: né è un esempio emblematico il gerbillo Enneo che porta sulle spalle il vecchio padre Anchilosato, palese parodia dell’eroe Enea che porta il padre Anchise a spalla fuori da Troia in fiamme. Ma qui l’epilogo tragico che motiva l’esodo è di tono decisamente comico. Va nella stessa direzione l’immagine di Anchilosato che pronuncia il suo discorso prima di entrare nel Gerbido Nuovo, ma che resta colpito da un infarto prima di mettervi piede, quasi un patriarca biblico che arriva a vedere la terra promessa ma non vi mette piede.
C’è anche un uso del linguaggio aulico in chiave derisoria: nelle parodie delle poesie, oppure nei discorsi “ufficiali” dei gerbilli, è evidente che l’uso di un registro sostenuto è tutto in chiave ironica. A suo modo, è un libro che fa pensare all’uso comune della lingua, alla consuetudine con le metafore (che i gerbilli sistematicamente non comprendono al di là del loro significato letterale). È esilarante il modo in cui la Oggero delinea questi animaletti con i vizi, le virtù e le incoerenze degli esseri umani: in fondo siamo tutti un po’ gerbilli!


«E Gongolo? Gongolo pianse tutte le sue lacrime, dato che si trattava di una morte annunciata. Una delle più abominevoli, perché sarebbe stato caricato su un camion della spazzatura e poi scaraventato in una discarica.
Oppure - sciagura altrettanto terribile - sarebbe stato rapito da un commando dell'FLNG (Fronte per la Liberazione dei Nani da Giardino), un movimento terroristico internazionale, purtroppo in rapida espansione. Un movimento che afferma di voler liberare i nani e invece li strappa con violenza al loro habitat e poi li abbandona in boschi sperduti e inaccessibili.
I nani da giardino (caso mai qualcuno non lo ricordasse) sono molto sensibili. I nani da giardino, anche se non sembra, sono creature delicate».