



Promemoria di cose e persone














Quando arrivo per la prima volta in quest'area, sono quasi le sette di sera, alla fine di aprile, dopo giorni e giorni di pioggia. Con le luci basse del tramonto, questo rudere si presenta di una grandiosa bellezza: le luci radenti disegnano si vanno a insinuare fra mattone e mattone con u disegno quasi astratt, rimarcando il contrasto fra un interno molto buio e una luce bassa che investe completamente l'esterno.
La fornace è costituita da quattro corpi di fabbrica: uno grande centrale (la fabbrica vera e propria) e tre che lo circondano perimetralmente, aperti verso l'interno come se fosse una corte. Qua e là, per terra, degli oggetti metallici abbandonati di cui non comprendo bene la funzione; poi una carriola e un'altra macchina a cinghia tutta arrugginita, inutile e bellissima, quasi una scultura in mezzo a una adeguata installazione ambientale. 
Poco distante, invece, una struttura metallica che possia su un telaio apparentemente debole, ma che crea una campata di grande spazio, quasi la navata di una cattedrale. In fondo, a pensarci bene, questi luoghi hanno il fascino romantico della rovina, sublime come l'architettura gotica mangiata dalla vegetazione tanto cara alla cultura anglosassone. Qui, se il Duomo di Milano fosse infestato dalle erbacce, o San Lorenzo, i milanesi ne avrebbero a male. Ma se sono relitti di trenta o quaranta anni fa, luoghi dismessi e abbandonati, di cui si ricordano solo i senza tetto che vi trovano ricovero, o i randagi che cercano un luogo appartato, allora ecco che fra i morti e sbeccati mattoni si insinua del verde, si ramificano piante che fanno anche in tempo a fortificare il fusto, a mettere radici e insinuarsi sempre più profondamente nella struttura: diventa quasi una appropriazione viscerale, un legame sugellato da un patto vitale. il mattone non può più fare a meno del rampicante, e il rampicante soffrirebbe ad essere diviso dal suo pilastro.





