Un anziano amico pittore mi ha raccontato lo stravagante progetto di un suo collega, che ho conosciuto, al quale frulla in testa l’idea di realizzare un suo museo. Fin qui tutto bene, peccato che l’idea sia di fare questo museo sul K2, in una lega metallica speciale e costosissima, molto resistente alle alte come alle basse temperature. Il dettaglio è che si tratta di un museo blindato, precluso ai visitatori (ma del resto in cima al K2 non ci sarebbero andati in molti). Il termine “museo” con cui mi venne presentata questa idea, infatti, è tutto sommato impropria, trattandosi in realtà di un involucro realizzato in questa lega metallica, da collocare in un crepaccio di quella montagna. Bisogna però farsi una domanda: qual è la ragione di un “museo”, o di questa operazione in generale, in un luogo così impervio e così isolato, anzi davvero irraggiungibile? La spiegazione è semplice e si giustifica con la convinzione che fra due-trecento anni avverrà un grande rivolgimento, che la Terra come oggi la conosciamo non ci sarà più, mentre forse sulle alte cime non si soffrirà di questi sconvolgimenti. Le acque sommergeranno tutto e, allora, il grande involucro, intatto, ritornerà in superfici. In tal modo il museo sulla cima del K2 avrebbe superato la catastrofe e si sarebbe conservato per la posterità o, meglio ancora, per i superstiti. In buona sostanza somiglia a un deposito o, meglio ancora, a un bunker, a un container iper protetto che avrebbe tramandato il suo lavoro. Ha scritto anche un libro in cui racconta la sua vita fin dai primissimi giorni, e che si chiude, nelle pagine finali, con questo sconvolgente scoop. L’idea nasceva dalla presa di coscienza della difficoltà, a settant’anni compiuti, di poter entrare da maestro nei musei del nostro tempo, che le sue opere non sarebbero state accettate per tutta una serie di motivi. A questo punto, l’idea di fregare tutti sul lungo periodo e di proiettarsi in un incerto futuro, su uno scenario apocalittico: tutto sarebbe andato distrutto, ma le sue tele arrotolate dentro l’involucro, i suoi cataloghi e il libro della sua vita sarebbero rimasti come testimonianza della civiltà del nostro tempo. I nomi dei maestri del passato, anche recenti, saranno spariti tutti, non ci sarà più traccia nemmeno dei grandi della storia, ma i suoi dipinti saranno segni dello spirito di questa epoca!
Il progetto è talmente irreale da sembrare una burla, o una proposta fantascientifica fatta giusto per ridere, o per fantasticare su mondi possibili, non, come invece è, con la ferma convinzione della bontà di questa idea e del fatto che questa sia facilmente realizzabile, anzi affermando di avere persino dei contatti per uno sponsor che finanzi l’impresa. Ci sarebbero una serie di “ragionevolissime” spiegazioni fornite per aggirare i numerosi problemi tecnici che l’impresa pone, che però grazie al parente, all’amico e all’amico dell’amico sarebbero tutti superabili. Il punto debole, però, era soprattutto uno: chi ci dice che i superstiti che apriranno l’involucro saranno in grado di leggere in quei cataloghi e capire di cosa si parla, visto che non è detto che siano umani? Chi ci dice che riusciranno a decifrare i suoi quadri con gli stessi codici che usiamo noi? Ma soprattutto, che garanzie dà l’involucro sulla conservazione? Quanto dureranno quei dipinti, che sono materici e di colore spesso, arrotolati? Non si rischia che i futuri scopritori si troveranno delle tele grezze da cui il pigmento si è staccato completamente? Oppure, grazie alla mirabolante tecnologia che avranno allora, saranno in grado di leggere anche scritture che non conoscono e di restaurare dipinti di cui non sanno nemmeno come fossero fatti?
A quanto pare, però, ormai sul K2 non si può più depositare nulla, perché sembra che tutti gli esploratori che vi sono passati vi abbiano lasciato su qualcosa, quindi anche il povero K2 è ormai pieno ci cianfrusaglie.
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lunedì 28 giugno 2010
sabato 30 gennaio 2010
Picasso e la medium
Non se ne sono sentite mai abbastanza per continuare a stupirsi. Mi è capitato di conoscere un collezionista piuttosto singolare. Da quel che ho capito, deve possedere dei dipinti di arte contemporanea notevoli: i pochi pezzi che ne ho potuto apprezzare, in una mostra, erano davvero strepitosi. Fin qui, nulla di strano. Tornando a casa, mi accompagna in auto per un tratto, insieme ad una amica artista. Ero curioso di sapere di più della sua collezione, ma lui, invece, preferisce parlarmi di una medium, sua amica da oltre vent’anni, a cui ultimamente stavano venendo in visita (spiritica s’intende) grandi nomi della storia dell’arte. Sotto la spinta dello spirito di questi grandi artisti, la medium si sarebbe messa a dipingere, realizzando dei quadri bellissimi, a detta di questo collezionista, che vorrebbe infatti farne una mostra. Naturalmente vengono a fare visita a questa medium solo gli animi più nobili, che le trasmettono dei pensieri bellissimi: mai una volta che si degni di apparire in sogno, che so, Saturnino Gatti, o Cagnaccio di San Pietro!
In questo caso, la visita più frequente era quella di Pablo Picasso. Per pura coincidenza, l’amico collezionista possedeva due disegni del maestro spagnolo, di cui uno trovato fortuitamente accartocciato in un libro acquistato senza sapere che potesse esserci questo disegno.
Naturale quindi che il nostro collezionista, a questo punto, desiderasse chiedere al maestro notizie di questo disegno, che per altro era per metà strappato, e di come fosse finito dentro quel libro. Lo spirito di Picasso, per mezzo della medium, le raccontò che aveva realizzato quell’opera grafica (guarda caso aveva una memoria precisa proprio di quel disegno!) in un momento in cui era innamorato di una giovane bellissima donna. il disegno lo aveva fatto per lei, ma lo aveva strappato in un momento di rabbia, perché si sentiva interiormente diviso: da una parte doveva andare via, che il suo lavoro lo chiamava, ma dall’altra era così preso da questa giovane da non riuscire a lasciarla dopo una bellissima notte d’amore.
Naturalmente credo alla buona fede di questo signore, e non ho dubbi che fosse sincero quando si professava convinto di queste cose. Non riesco però a fare a meno di pormi alcune domande. La prima, in che lingua parlasse Picasso: lo spirito parla tutte le lingue, mi risponde l’amica artista, che pure non credeva a questa storia (non a caso, durante il discorso, disse che anche lei, prima di lavorare, si concentrava molto prima di iniziare a dipingere, ma che poi le venivano fuori solo cose sue, non cose di altri!). Questo, però, mi suscita un’altra domanda: ma se parla tutte le lingue, e io non ho mai sentito parlare di persona Picasso, da cosa capisco che è davvero il maestro che mi sta parlando e non un altro spirito che si sta burlando di me? Una persona amica si può riconoscere dalla voce, ma se non appare in figura (e anche questa non sarebbe una garanzia) come posso essere certo dell’identità dell’ente che mi si manifesta?
E soprattutto: ma perché Picasso sarebbe andato a scegliere come predestinata proprio questa medium e non un’altra?
Avrei voluto sapere, poi, se concentrandosi sotto la guida di questi artisti importanti, la medium avesse dipinto quadri cubisti o secondo lo stile del pittore in visita. In questo caso, meno male che gli scultori non si scomodano a fare visita alla medium, perché se no sarebbe un vero problema, specialmente dal punto di vista logistico. Mi piacerebbe sapere, poi, cosa potrebbe succedere, ad esempio, il giorno che verrà a trovarla lo spirito di un qualsiasi body artista, magari di quelli duri e puri, e anziché dipingere comincerà a squartare le bestie per farne performance. Ma in quel caso, forse, non ci si stupirebbe più di tanto.
28 gennaio 2010
In questo caso, la visita più frequente era quella di Pablo Picasso. Per pura coincidenza, l’amico collezionista possedeva due disegni del maestro spagnolo, di cui uno trovato fortuitamente accartocciato in un libro acquistato senza sapere che potesse esserci questo disegno.
Naturale quindi che il nostro collezionista, a questo punto, desiderasse chiedere al maestro notizie di questo disegno, che per altro era per metà strappato, e di come fosse finito dentro quel libro. Lo spirito di Picasso, per mezzo della medium, le raccontò che aveva realizzato quell’opera grafica (guarda caso aveva una memoria precisa proprio di quel disegno!) in un momento in cui era innamorato di una giovane bellissima donna. il disegno lo aveva fatto per lei, ma lo aveva strappato in un momento di rabbia, perché si sentiva interiormente diviso: da una parte doveva andare via, che il suo lavoro lo chiamava, ma dall’altra era così preso da questa giovane da non riuscire a lasciarla dopo una bellissima notte d’amore.
Naturalmente credo alla buona fede di questo signore, e non ho dubbi che fosse sincero quando si professava convinto di queste cose. Non riesco però a fare a meno di pormi alcune domande. La prima, in che lingua parlasse Picasso: lo spirito parla tutte le lingue, mi risponde l’amica artista, che pure non credeva a questa storia (non a caso, durante il discorso, disse che anche lei, prima di lavorare, si concentrava molto prima di iniziare a dipingere, ma che poi le venivano fuori solo cose sue, non cose di altri!). Questo, però, mi suscita un’altra domanda: ma se parla tutte le lingue, e io non ho mai sentito parlare di persona Picasso, da cosa capisco che è davvero il maestro che mi sta parlando e non un altro spirito che si sta burlando di me? Una persona amica si può riconoscere dalla voce, ma se non appare in figura (e anche questa non sarebbe una garanzia) come posso essere certo dell’identità dell’ente che mi si manifesta?
E soprattutto: ma perché Picasso sarebbe andato a scegliere come predestinata proprio questa medium e non un’altra?
Avrei voluto sapere, poi, se concentrandosi sotto la guida di questi artisti importanti, la medium avesse dipinto quadri cubisti o secondo lo stile del pittore in visita. In questo caso, meno male che gli scultori non si scomodano a fare visita alla medium, perché se no sarebbe un vero problema, specialmente dal punto di vista logistico. Mi piacerebbe sapere, poi, cosa potrebbe succedere, ad esempio, il giorno che verrà a trovarla lo spirito di un qualsiasi body artista, magari di quelli duri e puri, e anziché dipingere comincerà a squartare le bestie per farne performance. Ma in quel caso, forse, non ci si stupirebbe più di tanto.
28 gennaio 2010
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domenica 1 febbraio 2009
barbarie pubbliche a Milano
Secondo me una operazione del genere (a Milano, in stazione centrale, dopo i lavori di ammodernamento) meriterebbe una esecuzione capitale istantanea, senza appello e senza esitazione. L'intervento di per sè è discutibile, ma mi piacerebbe sapere chi è quel criminale che ha pensato bene, dopo avere tagliato due belle fette di pavimento a mosaico (va bene, non è antico mosaico romano, ma è pur sempre una struttura di inizio secolo!) ha pensato bene, visto che gli dispiaceva amputare le alucce delle aquile, di mettere il "moncone" in piedi a 90 gradi... Insomma, per riparare una cosa, non si è fatto che un intervento peggiorativo. Indecente!
lunedì 12 gennaio 2009
Neve nel Parco delle Groane





con dedica a Bavy, che ama la neve (più di me!).
Non so perchè, ma le nevicate mi fanno pensare ai libri di Mario Rigoni Stern, anche se qui, di montagna, non se ne vede nemmeno l'ombra!
Però c'è una pace, un silenzio ovattato e incontaminato, tranne il calpestio degli scarponi che rompono la crosta ghiacciata della neve già mezza sciolta al sole, e per l'altra metà righiacciata durante la notte.
Io trovo questo posto sempre molto affascinante. Ma soprattutto, è affascinante la miriade di viluppi, quasi di danze, che la natura sa fare sulla neve: piccoli appunti visivi che sono già, in sè, dei disegni di astrazione, a volte persino di astrazione geometrica. C'è una geometria naturale, insomma, che può amare chi ama il Licini astratto e, soprattutto, le algide e matematiche sculture di Fausto Melotti.
Ma c'è anche un po' di poesie sentimentale, nella neve, che l'strattismo geometrico, invece, non ha....
sabato 27 dicembre 2008
Caro Babbo Natale
Caro Babbo Natale, anche quest'anno sono passate le feste e, come dice la sorella di papà, anche quest'anno ti sei diverito a sparpagliare i regali dei miei cuginetti sotto più alberi di Natale, così che diventi, come tutti gli anni, un Natale itinerante: non ci fai una bella figura, perchè le zie dicono sempre che sei smemorato e fai confusione, quindi lasci i regali in giro e dici loro, per favore, di rimediare al suo errore riferendo ai diretti interessati che tu i regali volevi portarli proprio a loro.
Insomma, sono non so quanti secoli che fai questo lavoro, e sono almeno vent'anni che ti dimentichi di lasciarmi i regali tutti in un posto e ne trovo qualcuno di qua e qualcuno di là...e fai un po' di attenzione!
Questo, però, non sarebbe un gran problema, anzi: è un'occasione per essere sicuri di avere visto tutti i parenti prima di tornare a Milano.
Per l'anno prossimo, però, ti chiedo un grosso favore: dì a zia Gilda di piantarla di regalarmi tutti gli anni un trousse con schiuma da barba e dopobarba perchè, se ancora non se ne fosse accorta, ormai sono anni che porto il pizzetto e protendo sempre più per tenermi la barba intera, e sono sei anni che faccio collezione di questi flaconi di schiuma, tutti uguali.
Ormai potrei mettere un banchetto: se poi mi metto in società con papà (che porta la barba dalla metà degli anni '90) e zio Aldo, potremmo pianificare la distribuzione della schiuma da barba per il nord o per il centro Italia, a seconda dei gusti.
Ringrazio che sia finita la stagione degli orologi, perchè si è capito, finalmente, che non dispongo di più di due polsi, quindi non saprei che farmene con sei orologi diversi. Così, allo stesso modo, per quanto di secondo nome faccia Pietro, non possiedo così tante chiavi da riempire tutti i portachiavi ricevuti negli ultimi anni: li sto incollando a una grata, in camera, come una collezione i ninnoli decorativi (e vanno bene anche così).
Hai ragione che la colpa è mia che da tanti anni ho perso la sana abitudine di scriverti la mia letterina, quindi tu non sai cosa portarmi e i tuoi consiglieri, evidentemente, hanno poca fantasia (o, se è un caldo invito, che la piantino: io 'sta babra non me la taglio!); però comincio a comunicarti fin da ora che la prossima volta che ricevo una schiuma da barba, un orologio o un portachiavi, per gettare dalla finestra le cose che impicciano non aspetterò capodanno!!!
Insomma, sono non so quanti secoli che fai questo lavoro, e sono almeno vent'anni che ti dimentichi di lasciarmi i regali tutti in un posto e ne trovo qualcuno di qua e qualcuno di là...e fai un po' di attenzione!
Questo, però, non sarebbe un gran problema, anzi: è un'occasione per essere sicuri di avere visto tutti i parenti prima di tornare a Milano.
Per l'anno prossimo, però, ti chiedo un grosso favore: dì a zia Gilda di piantarla di regalarmi tutti gli anni un trousse con schiuma da barba e dopobarba perchè, se ancora non se ne fosse accorta, ormai sono anni che porto il pizzetto e protendo sempre più per tenermi la barba intera, e sono sei anni che faccio collezione di questi flaconi di schiuma, tutti uguali.
Ormai potrei mettere un banchetto: se poi mi metto in società con papà (che porta la barba dalla metà degli anni '90) e zio Aldo, potremmo pianificare la distribuzione della schiuma da barba per il nord o per il centro Italia, a seconda dei gusti.
Ringrazio che sia finita la stagione degli orologi, perchè si è capito, finalmente, che non dispongo di più di due polsi, quindi non saprei che farmene con sei orologi diversi. Così, allo stesso modo, per quanto di secondo nome faccia Pietro, non possiedo così tante chiavi da riempire tutti i portachiavi ricevuti negli ultimi anni: li sto incollando a una grata, in camera, come una collezione i ninnoli decorativi (e vanno bene anche così).
Hai ragione che la colpa è mia che da tanti anni ho perso la sana abitudine di scriverti la mia letterina, quindi tu non sai cosa portarmi e i tuoi consiglieri, evidentemente, hanno poca fantasia (o, se è un caldo invito, che la piantino: io 'sta babra non me la taglio!); però comincio a comunicarti fin da ora che la prossima volta che ricevo una schiuma da barba, un orologio o un portachiavi, per gettare dalla finestra le cose che impicciano non aspetterò capodanno!!!
sabato 1 novembre 2008
Ciao Roby
Più passano gli anni, più si hanno cose che si sono condivise con le persone che hanno fatto insieme questo percorso, o una parte di esso. Poi, a distanza, piace ricordare gli aneddoti, ripetersi per la centesima o duecentesima volta lo stesso episodio che fa sempre ridere tutte le volte che ci si ripensa. Succede, questo, quando molto si è considiviso, almeno per una stagione della propria esistenza, magari anche solo in contesti limitati.
Si guarda indietro, si fa la conta, e si tira un bilancio. Alcune persone si fermano bruscamente a quella determinata stagione, perchè non c'è un seguito del loro percorso: resta solo il ricordo per ripercorrere da un capo all'altro quel lasso di tempo che, a un certo punto, brutalmente è stato reciso. Non c'è un seguito da raccontare, aggiornamenti per fare il punto: resta solo, per il futuro, il lugubre conteggio degli anniversari, con un po' di rabbia, e la coscienza di una logica delle cose troppo grande per noi (o almeno per me) e che non si è (o che non sono) in grado di comprendere. E un nodo alla gola.
Ciao Roby....
domenica 19 ottobre 2008
nuovi interventi di arredo urbano aresini: Monumento alla Pace




lo scultore si chiama Giacinto Bosco, il monumento è stato inaugurato il 14 settembre 2008, nella ricorrenza dell'11 anniversario della morte di Ada Pomodoro, una ragazza che è morta in un incidente stradale, proprio su quella via, all'età di 14 anni, al suo secondo giorno di liceo.
Tuttavia non è un monumento ad Ada, ma alla pace, anche se in suo ricordo.
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giovedì 7 agosto 2008
SPIGOLATURE CULINARIE E LINGUISTICHE
È proprio vero che l’unità d’Italia, anche a tavola, è ben lontana dall’essere compiuta. Questo, ovviamente, non solo per la varietà delle cucine locali, che costituiscono una vera e propria ricchezza culturale della tradizione, ma piuttosto perché non c’è accordo nemmeno sulla terminologia, mano a mano che si procede per varie regioni d’Italia. E non basta solo il caso delle “frappe”, che a Milano si chiamano “chiacchiere”, da altre parti sono “bugie” e che un’amica di famiglia, triestina, chiama “crostoli”: ci sono infatti anche casi in cui, di regione in regione, sotto lo stesso nome sono intesi prodotti diversi. A Roma, ad esempio, le bioches sono comunemente chiamate “cornetti”, mentre a Milano con quel termine si intendono soltanto i fagiolini.
Mia mamma fa sempre il caso delle “erbette”, termine con cui, a Milano, si intendono le bietole, che a Roma indicano i cosiddetti aromi come basilico, salvia e rosmarino, mentre a Latina con “erbette” si parla del prezzemolo. Si era infatti creata una situazione buffa quando la cugina di mamma, a Latina, leggendo una ricetta scritta evidentemente per un pubblico del nord, non riusciva a capire perché dovesse cucinarsi un chilo di prezzemolo, oltretutto dannoso alla salute: peccato che le “erbette” della ricetta non fossero prezzemolo ma, appunto, bietole.
Ma ci sono anche casi di nomi che si sdoppiano. In Lombardia, dal fornaio, si parla indistintamente di “michette”, mentre nel Lazio si distingue fra “bignè” (la michetta vuota) e “rosetta” (la michetta piena). Quando la mia mamma, giovane sposa, da Latina venne a vivere nell’interlad di Milano, le capitò che il fornaio le precisasse di non essere una pasticceria, quindi di non poterle servire dei “bignè”!
Cambiando continente, invece, il cugino di papà, Maurizio, che oggi vive in Brasile, con l’esperienza dell’italiano all’estero si è reso conto di quanto siano diverse non solo le abitudini alimentari, ma anche la percezione che si ha del gusto e dell’uso degli alimenti. Non è solo il fatto che non ci sia, in quel paese, quel sacro rispetto nei confronti della pastasciutta che è componente della nostra cucina, ma per esempio il rosmarino, là, viene usato come erba medicinale. Per questo è del tutto fuori dalla percezione il fatto che lo si possa usare in cucina: un pollo al rosmarino, dice Maurizio, per quanto tu possa raccontargli e convincergli che è buono, a loro farà comunque pensare a quello che per noi potrebbe essere un pollo “all’aspirina”!
Dalla moglie di Maurizio, che invece è brasiliana, abbiamo appreso però anche degli usi erboristici che non avremmo mai immaginato, come un infuso che, a raccontare il procedimento di preparazione, potrebbe sembrarci un po’ raccapricciante. Si fa caramellare un cucchiaio di zucchero in una pentola a fuoco basso, girando continuamente per non annerire e far diventare amaro il caramello, con una scorza di arancio (o limone) e uno o due spicchi di aglio.. una volta caramellato lo zucchero si mette un bicchiere d’acqua e si fa bollire. Dopodiché si tolgono la scorza e l’aglio, si filtra e si beve. Come per tutte le tisane, se la si beve calda bisogna stare attenti a non prendere freddo, perché l’infuso ti fa sudare molto.
Non ho mai provato, ma ricordo che la badante di mia nonna Adriana, Aminta, una ragazza dell’Equador, ci aveva suggerito, per far passare il mal di gola, una soluzione naturale di sicura efficacia: prendere una cipolla cruda, sminuzzarla fina e poi mangiarla mischiata con molto miele. Brucia da morire, in gola, la cipolla cruda col miele, ma, per esperienza, posso garantire che è effettivamente di sicuro effetto!
Mia mamma fa sempre il caso delle “erbette”, termine con cui, a Milano, si intendono le bietole, che a Roma indicano i cosiddetti aromi come basilico, salvia e rosmarino, mentre a Latina con “erbette” si parla del prezzemolo. Si era infatti creata una situazione buffa quando la cugina di mamma, a Latina, leggendo una ricetta scritta evidentemente per un pubblico del nord, non riusciva a capire perché dovesse cucinarsi un chilo di prezzemolo, oltretutto dannoso alla salute: peccato che le “erbette” della ricetta non fossero prezzemolo ma, appunto, bietole.
Ma ci sono anche casi di nomi che si sdoppiano. In Lombardia, dal fornaio, si parla indistintamente di “michette”, mentre nel Lazio si distingue fra “bignè” (la michetta vuota) e “rosetta” (la michetta piena). Quando la mia mamma, giovane sposa, da Latina venne a vivere nell’interlad di Milano, le capitò che il fornaio le precisasse di non essere una pasticceria, quindi di non poterle servire dei “bignè”!
Cambiando continente, invece, il cugino di papà, Maurizio, che oggi vive in Brasile, con l’esperienza dell’italiano all’estero si è reso conto di quanto siano diverse non solo le abitudini alimentari, ma anche la percezione che si ha del gusto e dell’uso degli alimenti. Non è solo il fatto che non ci sia, in quel paese, quel sacro rispetto nei confronti della pastasciutta che è componente della nostra cucina, ma per esempio il rosmarino, là, viene usato come erba medicinale. Per questo è del tutto fuori dalla percezione il fatto che lo si possa usare in cucina: un pollo al rosmarino, dice Maurizio, per quanto tu possa raccontargli e convincergli che è buono, a loro farà comunque pensare a quello che per noi potrebbe essere un pollo “all’aspirina”!
Dalla moglie di Maurizio, che invece è brasiliana, abbiamo appreso però anche degli usi erboristici che non avremmo mai immaginato, come un infuso che, a raccontare il procedimento di preparazione, potrebbe sembrarci un po’ raccapricciante. Si fa caramellare un cucchiaio di zucchero in una pentola a fuoco basso, girando continuamente per non annerire e far diventare amaro il caramello, con una scorza di arancio (o limone) e uno o due spicchi di aglio.. una volta caramellato lo zucchero si mette un bicchiere d’acqua e si fa bollire. Dopodiché si tolgono la scorza e l’aglio, si filtra e si beve. Come per tutte le tisane, se la si beve calda bisogna stare attenti a non prendere freddo, perché l’infuso ti fa sudare molto.
Non ho mai provato, ma ricordo che la badante di mia nonna Adriana, Aminta, una ragazza dell’Equador, ci aveva suggerito, per far passare il mal di gola, una soluzione naturale di sicura efficacia: prendere una cipolla cruda, sminuzzarla fina e poi mangiarla mischiata con molto miele. Brucia da morire, in gola, la cipolla cruda col miele, ma, per esperienza, posso garantire che è effettivamente di sicuro effetto!
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venerdì 4 luglio 2008
Amarcord (vari anni)
mi piace ripescare qualche vecchia foto a caso Mi rendo conto che ne dovrei scansire molte, ma mi accorgo anche che di vita ne ho una sola e che lavori ciclopici come questi al momento non riesco a farne. Posso però prendere delle cose a campione, partendo da lontano. Questa, ad esempio, è una delle mie foto più antiche. Reca la data del 14 febbraio del 1984 (cioè dieci giorni dopo la mia nascita):


oppure mi diverte sempre molto una serie di foto fatte da un fotografo di Cologno Monzese, dove abbiamo abitato fino al 1987. Mi sono ricordato ora che in alcune diq queste compariamo io e il mio migliore amico di allora, Andrea. Saranno quindici anni, se non di più, che non ne ho notizie. Ogni tanto mi domando come sia oggi, che cosa faccia e se, per quello che siamo ora, saremmo ancora amici come da bambini. Mi ricordo una bella vacanza a Finale Ligure (e anche qui ho in mente un anno preciso: 1989, perchè era appena nato il suo fratellino, Pietro...che ora è maggiorenne!). Qui sembra un bambolotto un po' tonto, ma è anche comprensibile: io, che paio quasi scanzonato, qui ho due anni...lui uno e qualcosa. Però, viste in sequenza, le trovo ancora molto divertenti!



e poi un'altra, senza fotografo, qualche tempo più tardi. Quando ci siamo persi di vista per la prima volta avevamo più o meno così. Andrea è una figura relegata alla primissima infanzia, la prima figura che ricordi davvero volentieri e con affetto. Non ne so davvero più nulla, non so nemmeno se sarei in grado di ritrovarlo. Però è un ricordo che mi fa ancora piacere coltivare.

questa foto mi diverte molto ad esempio: è il mio primo giorno di prima elementare. La data è certa, perchè ricordo che ci avevano fatti sedere ognuno al proprio banco, ciascuno con i propri genitori. Era un giorno memorabile: persino papà ha preso un giorno di ferie per essere presente (e infatti la foto è sua: una diapositiva da cui ho ritagliato a mia volta un piccolo dettaglio). Poi c'erano mamma, ovviamente, e nonna Adriana (figurati, il suo unico nipote, non poteva mancare: è stato il solo momento nodale della mia vita cui ha potuto partecipare di persona). Mamma racconta ancora che quel giorno la maestra aveva detto, per incoraggiare i miei compagni più timidi, che non dovevamo avere paura, perchè in fondo la maestra era un po' come una nostra seconda mamma. Per ragioni anagrafiche, sarebbe potuta essere mia nonna, o la sorella giovane di mia nonna(ed era pure un po' arcigna), ma non importa. Importa invece, racconta sempre mamma, che molto candidamente le risposi "Di mamma ce ne è una: basta e avanza!"...si commenta da sola direi!

di tanto in tanto riguardo queste foto, conto il tempo che passa (non è molto, va bene, ma è passato lo stesso). Mi fanno sorridere, ma mi viene anche una certa malinconia, forse anche nostalgia: non so se siano rimpianti, ma certo so che quel mondo, anche se forse non era il migliore che si potesse desiderare per il bene dell'umanità, di sicuro non esiste più; e so anche che il cerchio perfettamente chiuso delle certezze di quegli anni si è infranto molto presto, e che alcune persone, oggi, sono relegate, per ragioni di anagrafe, alla memoria di quel tempo: il tempo insieme di riduce a passare avanti indietro i ricordi appannati di quegli anni, troppo lontani adesso...e troppo pochi...


oppure mi diverte sempre molto una serie di foto fatte da un fotografo di Cologno Monzese, dove abbiamo abitato fino al 1987. Mi sono ricordato ora che in alcune diq queste compariamo io e il mio migliore amico di allora, Andrea. Saranno quindici anni, se non di più, che non ne ho notizie. Ogni tanto mi domando come sia oggi, che cosa faccia e se, per quello che siamo ora, saremmo ancora amici come da bambini. Mi ricordo una bella vacanza a Finale Ligure (e anche qui ho in mente un anno preciso: 1989, perchè era appena nato il suo fratellino, Pietro...che ora è maggiorenne!). Qui sembra un bambolotto un po' tonto, ma è anche comprensibile: io, che paio quasi scanzonato, qui ho due anni...lui uno e qualcosa. Però, viste in sequenza, le trovo ancora molto divertenti!
e poi un'altra, senza fotografo, qualche tempo più tardi. Quando ci siamo persi di vista per la prima volta avevamo più o meno così. Andrea è una figura relegata alla primissima infanzia, la prima figura che ricordi davvero volentieri e con affetto. Non ne so davvero più nulla, non so nemmeno se sarei in grado di ritrovarlo. Però è un ricordo che mi fa ancora piacere coltivare.
questa foto mi diverte molto ad esempio: è il mio primo giorno di prima elementare. La data è certa, perchè ricordo che ci avevano fatti sedere ognuno al proprio banco, ciascuno con i propri genitori. Era un giorno memorabile: persino papà ha preso un giorno di ferie per essere presente (e infatti la foto è sua: una diapositiva da cui ho ritagliato a mia volta un piccolo dettaglio). Poi c'erano mamma, ovviamente, e nonna Adriana (figurati, il suo unico nipote, non poteva mancare: è stato il solo momento nodale della mia vita cui ha potuto partecipare di persona). Mamma racconta ancora che quel giorno la maestra aveva detto, per incoraggiare i miei compagni più timidi, che non dovevamo avere paura, perchè in fondo la maestra era un po' come una nostra seconda mamma. Per ragioni anagrafiche, sarebbe potuta essere mia nonna, o la sorella giovane di mia nonna(ed era pure un po' arcigna), ma non importa. Importa invece, racconta sempre mamma, che molto candidamente le risposi "Di mamma ce ne è una: basta e avanza!"...si commenta da sola direi!
di tanto in tanto riguardo queste foto, conto il tempo che passa (non è molto, va bene, ma è passato lo stesso). Mi fanno sorridere, ma mi viene anche una certa malinconia, forse anche nostalgia: non so se siano rimpianti, ma certo so che quel mondo, anche se forse non era il migliore che si potesse desiderare per il bene dell'umanità, di sicuro non esiste più; e so anche che il cerchio perfettamente chiuso delle certezze di quegli anni si è infranto molto presto, e che alcune persone, oggi, sono relegate, per ragioni di anagrafe, alla memoria di quel tempo: il tempo insieme di riduce a passare avanti indietro i ricordi appannati di quegli anni, troppo lontani adesso...e troppo pochi...
martedì 1 luglio 2008
Foto di gruppo Saibene

Ebbene, adesso il lavoro Saibene, con tutti i suoi alti e bassi, le sue trasferte, nessi e connessi è davvero concluso. Il catalogo è stato pubblicato, a breve dovrei persino averne alcune copie da ritirare. Chiudo questa vicenda pubblicando un fotomontaggio molto simpatico che ha fatto Antonio e che abbiamo regalato ad Agosti per ricordare il lavoro. Doveva essere una compassata foto di gruppo. Poi, dato che le foto in posa erano venute brutte (dice) ha avuto questa idea, prendendo una foto "scappata per sbaglio", ha inserito alcuni dei dipinti della collezione Saibene: ciascuno tiene in mano uno dei dipinti che ha schedato per questo lavoro. Io, ad esempio, ho in mano una delle mie tavolette abruzzesi.
In ordine, da sinistra a destra, siamo: io, Sandrino, Martina, Matteo, Benedetta, Adam, Antonio, Federica e Davide. Lo squadrone, al completo, era questo...
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sabato 21 giugno 2008
Cercando Gualtieri di San Lazzaro (scoperte recenti)
per riassumere gli eventi recenti, faccio prima a ripubblicare una lettera recente a un professore della mia universià, in cui è raccontato tutto in modo ordinato. Posso solo aggiungere due note per spiegare la fotografia a lato, in quanto il signor Nicolas, di cui si parla in questa lettera, mi ha fatto cortese omaggio della sedia che è pubblicata sulla copertina di questo romanzo. Gentile professor Negri,
il professor Rusconi mi ha detto di averla già informata della proposta che il signor Nicolas Rotskowski e io avevamo in mente di fare al dipartimento e, in particolare, ad APICE.
Devo però fare una premessa. Il signor Rostkowski è figlio della scultrice Maria Papa, moglie e vedova di Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa, 1904-1974), editore, scrittore, e critico d'arte, nonchè fondatore delle edizioni d'arte ""XXeme Siécle" e dell'omonima rivista, che usciva in monografie di lusso a cadenza semestrale, con litografie originali di artisti contemporanei (un po' sulla falsariga del Cavaliere Azzurro, e non per nulla il primo numero, nel 1938, si pare con un articolo e una litografia di Kandinskij). Per mio conto, posso aggiungere che San Lazzaro era fratello della mia nonna materna, Adriana Papa, per cui posso dire di essere suo nipote.
Lui, ovviamente, possiede tutta la collezione, ereditata dallo stesso San Lazzaro, e desidererebbe avviarne una digitalizzazione e messa in rete, al fine di rendere più facilmente disponibile il patrimonio di articoli, informazioni e quant'altro che in questa rivista è conservata come in uno scrigno. Mi sono permesso, per questo scopo, di fare il nome del centro APICE, suggerendogli che si sarebbe potuto costituire un fondo a nome di San Lazzaro, in cui far confluire la rivista, le altre pubblicazioni di XXeme Siécle (per fare un esempio, la prima monografia a stampa dedicata a Marino Marini, a firma di Fierens, viene pubblicata proprio da San Lazzaro nel 1933, così il De CHirico di Waldemar George e, in tempi più vicini, il primo catalogo ragionato di Marino Marini, a firma di Waldberg, Read e San Lazzaro appunto), e le carte che di San Lazzaro si sono conservate.
Torno giusto ora da Pietrasanta, da casa di Maria Papa, dove abbiamo trovato copioso materiale a questo scopo, fra cui numerose e inaspettate sorprese (che, a io modo di vedere, rendono davveo unico questo materiale) che comprende:
1) lettere di Lucio Fontana a San Lazzaro
2) lettere di Marino Marini a San Lazzaro
3) lettere di Mirò a San Lazzaro e Maria Papa
4) lettere di Cesare Zavattini a San Lazzaro
5) lettere di Vittorio De Sica a San Lazzaro
6) lettera di Max Bill a San Lazzaro
7) lettere di Capogrossi a San Lazzaro
8) lettere di Enrico Falqui a San Lazzaro
9) dattiloscritto di una conferenza di Vigorelli e Valsecchi su un libro di San Lazzaro
10) dattiloscritti relativi alla stesura del romanzo autobiografico epistolare inedito "Lettere mai spedite" (davvero di grande interesse, per quel che ne ho potuto leggere). La stesura è completa, e se ne conservano tre diverse versioni, dal manoscritto di partenza a varie versioni dattiloscritte con correzioni a penna, fino alla stesura definitiva. In ogni caso, si tratta di un inedito assoluto, di cui si ignorava del tutto l'esistenza.
11) rassegna stampa completa relativa a San Lazzaro, ai suoi romanzi (oltre che relativi a un premio Campiello, cui partecipava col romanzo "L'Aglio e la rosa", da cui venne escluso Moravia!)
cataloghi della Galleria XXeme Siécle e della Galleria del Naviglio (San Lazzaro era molto amico di Carlo Cardazzo, cui portò numerose mostre da Parigi).
12) dattiloscritti di elzeviri, racconti e altri scritti di San Lazzaro
questo, in grande sintesi, il contenuto del cartaceo che ho prelevato da Pietrasanta, cui va aggiunto un fondo librario comprendente narrativa e cataloghi d'arte italiani e francesi della seconda metà del Novecento (un centinaio di volumi circa).
Bisognerà poi aggiungere quanto il signor Nicolas possiede a Parigi ed è disposto a donare per la costituzione di questo fondo, ma che adesso non sono in grado di quantificare (ma che comprende sempre libri, manoscritti, dattiloscritti e corrispondenza), insieme ai 40 numeri circa che costituiscono XXeme Siécle.Credo che sia un materiale molto interessante per il centro APICE: mancano studi su San Lazzaro, e questa sarebbe l'occasione per far conoscere nuovamente una figura che è stata ingiustamente dimenticata e che merita senza dubbio un ritorno di attenzione in quanto, insieme a Raffaele Carrieri, è fra quelle figure-cerniera degli scambi fra Italia e Francia (e, forse, anche più di Carrieri, che pure era suo amico, essendo San Lazzaro anche gallerista), e non solo scambi artistici, ma anche letterari. Non va infatti dimenticato che San Lazzaro è stato, dal 1946 fino alla morte, corrispondente da Parigi de "Il Tempo" e, più saltuariamente, del "Corriere della Sera" (molti suoi libri, infatti, nascono unendo questi articoli; se ne rese conto Orio Vergani, quando gli fece fare il primo libro, nel 1945, presso Garzanti, riunendo proprio questi elzeviri scritti durante la guerra).
Per l'archiviazione del materiale, ora presso di me e di cui intendo approntare un primo riordino, sono disponibile a farmi carico della inventariazione del fondo, essendo materiale che ho già cominciato a studiare.
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osservatorio casalingo e non
domenica 8 giugno 2008
all'opera
se ci penso, quando guardo queste due foto, mi sembra che sia passata una vita da allora, mentre invece, in fondo, era solo cinque anni fa. Anzi, a fare due conti, ora, sono dieci anni da quanto ho iniziato il liceo (1998), cinque da quando mi sono immatricolato all'università (2003), mia cugina Maria Cristina, che mi ricordo da appena nata, fa già il primo anno di liceo e il mi cugino più piccolo, che mi sembra nato ieri l'altro, fa già la prima elementare. E pure io, in fondo, sono a poco da laurearmi: forse dovrei cominciare a convincermi che, in fondo, il mondo del liceale è finito da un po'. Per il momento non è che me ne sia proprio reso del tutto conto, ma pazienza.

lunedì 26 maggio 2008
orrori a Castello
è un po' che vorrei postare queste foto. Ora, voi ditemi con che coraggio si possono esporre nel cortile principale del Castello sforzesco simili orrori, brutti di fattura, ingombranti e, oltretutto, che costano un casino di trasporto e assicurazione, perchè il marmo non lo si porta lì su palmo di mano. Io non so, ma trovo grave che si dia tanto spazio a opere di così grossolana fattura e di basso profilo. Oltretutto, cosa ancora più grave, parliamo di uno spazio pubblico e di notevole visibilità. Non ci si rende nemmeno conto della non opportunità dell'allestimento: le tre sculture grandi sembrano posate a terra nel posto in cui avrebbero potuto recare meno impiccio (della serie "pesano troppo, lasciamole qui"!); ancora più assurdo è pensare invece di proporre dei mezzibusti in uno spazio esterno, che spariscono del completamente dentro uno spazio così grande: non basta metterle su un trespolo di legno, in modo da portarle ad altezza dello sguardo, per poter allestire in esterno anche sculture non piccole, ma nemmeno di dimensione sufficiente per reggere in uno spazio di quella estensione.Ma il fatto più preoccupante, al di là del valore delle opere in sè (la cui sola cosa interessante, a mio parere, sono le acconciature e la foggia dei cappellini nei busti), è il fatto che dare uno spazio di importanza a una mostra importante significa anche avallare dei valori che queste opere veicolano. A me pare che questi bamboccioni di pietra (e sono anche marmi pregiati), siano solo in grado di veicolare il valore del niente, dell'azzeramento espressivo, di un prodotto artistico che richiede poco impegno per essere fruito (perchè c'è poco da fruire). Penso abbia ragione il mio amico Giancarlo, quando afferma che non è volgare l'opera d'arte erotica, ma è volgare l'opera fatta male!


domenica 11 maggio 2008
buon compleanno, mamma
Certo, due feste concomitanti sono un po’ una fregatura, perché gli auguri te li fanno una volta sola, ma è anche vero che forse c’è un segno speciale, per noi almeno: è la festa di tutte le mamme, ma è soprattutto la festa della mia di mamma, sottolineata in modo distintivo!
Se sono diventato una persona curiosa nei confronti delle cose, appassionato con costanza e dedizione in quello che faccio, è anche perché ho avuto, ed ho, l’esempio di una persona che si è davvero dedicata senza risparmio a qualcosa in cui crede (nel suo caso è l’insegnamento, per me è altro, ma questo è poco importante).
Molte cose andrebbero aggiunte, ma forse sarà opportuno farlo altrove. Per il momento, conta di più, per me, fare gli auguri alla mia magnifica mamma che, se anche ora ha fra i capelli molti fili argentati, per me rimane sempre come in questa foto: tanti auguri, mamma.
Luca
lunedì 5 maggio 2008
BRESCELLO

Nel cinquantesimo anniversario del primo film della serie di don Camillo, il 2 giugno 2001, il comune di Brescello ha eretto in piazza Matteotti un monumento bronzeo dedicato ai due illustri protagonisti dei romanzi di Giovannino Guareschi e della fortunata serie di film dopo. A firmare il progetto lo scultore Andrea Zangani, che ha disposto due bronzi a grandezza naturale all’interno della piazza. Dal portone del municipio il bronzo di Peppone, levandosi il cappello, saluta i passanti, i quali, subito dopo, possono ricevere un saluto benedicente dal bronzo di don Camillo, di fronte alla chiesa di Santa Maria Nascente. Sono due sculture realiste (non iperrealiste, ma di quel realismo medio tipico di molta figurazione italiana), simili a certe sculture ambientali che si trovano nel nord Europa: persone che leggono il giornale sedute su una panchina di un parco, o intente in altre operazioni, che si mimetizzerebbero bene con la gente, se non fosse per il colore della patina di fusione a mostrare subito che non si tratta di persone vere. Per questo motivo, anche nel caso di Brescello non si tratta di due monumenti veri e propri, statuto che le due sculture avrebbero assunto automaticamente se fossero state poste sopra un piedistallo che le sopraelevasse rispetto al livello stradale.
La scelta che è stata fatta, invece, è di ordine diverso, e coinvolge per intero lo spazio urbano della piazza come campo della rappresentazione, oltre a cercare un tono più accostante nei confronti dei turisti, che volentieri si fanno fotografare vicino a questi due bronzi come si fa con i pupazzi di Paperino o Topolino a Disneyland o, scendendo in ambito kitch, con il pagliaccio del Mc Donald. Al tempo stesso, pur non avendo una posizione dominante, questi due personaggi rubano la piazza, tanto che difficilmente ci si accorge della presenza, nello stesso contesto urbano, di un monumento vero, antico: un Ercole benefattore di Sansovino.La cosa curiosa, però, è che si sia dedicato un monumento a due personaggi di finzione e che, nel raffigurarli, non si sia potuto fare a meno di esemplarli sul modello iconografico offerto dal cinema. Il monumento, qui, non è a Gino Cervi nei panni di Peppone o a Fernandel nei panni di don Camillo, perché il monumento non è dedicato all’attore, che viene raffigurato nei panni del ruolo interpretato che lo ha reso più celebre, ma è dedicato al personaggio in sé, soltanto che la fortuna cinematografica della serie rende impossibile una iconografia che non tenga conto di quel modello. Un caso diverso, insomma, da quando Hogart aveva ritratto un grande attore del suo tempo nei panni di un personaggio shakespeariano, o un’altra nota attrice come musa della tragedia: in quel caso, il soggetto rimaneva il ritrattato, e il titolo stesso esplicitava che il costume era un travestimento: la finzione, lì, era del tutto esplicita. Qui non si può dire altrettanto.
In un certo senso, è come se i due personaggi della finzione, narrativa e cinematografica, avessero assunto una vita completamente autonoma, quasi slegata dal loro creatore, Giovannino Guareschi, e che ha senza dubbio del tutto oscurato, ad esempio, i vari registi che ne hanno reso fattiva la restituzione nel film (Julien Duvivier, Carmine Gallone e, infine, anche Luigi Comencini).
È come se si fosse cristallizzato quel luogo nella facies che gli ha dato notorietà: il turista si aspetta di vedere la parrocchia di don Camillo, il municipio di Peppone, e che tutto l’ambiente risponda, per quanto possibile, a quello della finzione cinematografica. Quello che ci si aspetta, in fondo, è di ritrovare il set del film: non ci si reca a Brescello per visitare un luogo tramandatoci quasi
intatto dal passato come potrebbero essere, ad esempio, Pienza o Sabbioneta, ma è come se si andasse a vedere un set del cinema, il luogo in cui si è girato un film, perché si vuole come avere l’impressione che, da un momento all’altro, il protagonista del film sbuchi fuori da dietro un angolo. Autorizza questa lettura alcuni cartelli turistici che segnalano i luoghi deputati in cui sono state girate determinate scene. E per quello che non si è potuto conservare in loco, è stato inaugurato, il 16 aprile del 1989, il "Museo Peppone e don Camillo", allestito nel Centro Culturale San Benedetto (sede della Casa del Popolo durante le riprese; su questo merita visitare il sito http://www.mondoguareschi.com). Insieme a numerose fotografie scattate durante la lavorazione dei film; i manifesti originali, le sale contengono numerosi cimeli del Don Camillo cinematografico: la moto di Peppone, il vestito di don Camillo, le biciclette usate dai due alla fine di Don Camillo e l’Onorevole Peppone (1955); non mancano poi persino le ricostruzioni della canonica di don Camillo e della cucina di Peppone. Di fronte al museo, poi, è stato collocato il carro armato Meium tank m26 usato sempre in Don Camillo e l’onorevole Peppone. Ma qui, che si tratti di finzione, è del tutto manifesto, perché un luogo del genere viene concepito per conservare cimeli, come reperti di un passato antico (un passato, in fondo, che costruisce un pezzo del nostro cinema). È nel tessuto urbano del centro cittadino che si verifica un fenomeno quasi surreale. Si a visitare un luogo vero, insomma, ma non per vedere un luogo storico, quanto un luogo della finzione: è questa, in qualche modo, a dare uno statuto di esistenza, e di richiamo, per un paese della bassa che diversamente entrerebbe con difficoltà nelle rotte del turismo.giovedì 24 aprile 2008
TENTATO SUICIDIO IN VIA RIPAMONTI
TENTATO SUICIDIO IN VIA RIPAMONTI
C’era ancora una esperienza metropolitana che mi mancava, nelle mie lunghe rotte pendolari da nord ovest a Milano sud, prima di laurearmi.
Dopo metà della mia vita di studente universitario passata sul tram 24 (ci si fa una cultura a viaggiare in tram, in tutti i sensi!), non ci si stupisce più se ad un certo punto mamma ATM decide di scaricarti molto prima rispetto a quella che dovrebbe essere la tua fermata: una volta un guasto, una volta piove, una volta c’è qualcuno che parcheggia male o, meglio, ancora, qualcuno decide che vuole tentare di farsi rifare l’auto nuova direttamente dalla società dei trasporti. Non sono mancate occasioni in cui quella landa desolata in quel di via Noto era raggiungibile solo a piedi. Rispetto alla sede centrale, a due passi dal centro, per noi gli scioperi dei conducenti erano un’automatica sospensione delle lezioni. “Qualcuno di voi vola?” chiese una volta Rossana Sacchi ai suoi studenti “No? Allora la lezione è sospesa!”, era l’adagio consueto.
Insomma, questo solo per dire che, in un modo o nell’altro, non ci si stupisce più. Questa volta mi va anche bene, perché vengo scaricato, insieme a un nutrito numero di utenti, a pochi metri dalla mia fermata “Ripamonti-Noto”, e posso tranquillamente farmela a piedi. Mi è però più difficile capire le ragioni di questa interruzione, soprattutto trovando tre grossi mezzi dei vigili del fuoco che ostruiscono la strada e un piccolo capannello di persone che si è raccolto intorno, naso all’insù, a guardare non si sa cosa. Non si sentiva odore di bruciato, né c’erano idranti in giro, quindi non si poteva trattare d’incendio. “Sarà qualcuno che ha lasciato il gas acceso” è il primo pensiero.
Invece no, dopo un po’ si riesce a capire che c’è una ragazza, di età indefinita, che ha deciso di buttarsi dal balcone della sua abitazione all’ottavo piano.
Non avrei immaginato che suicidarsi, o, meglio, paventare un suicidio, potesse muovere tutto quel casino: bloccare il traffico in due sensi con due tram, impegnare tre mezzi della sicurezza, un’ambulanza, uno squadrone di pompieri, e attirare una folla di curiosi sempre più numerosa (me compreso naturalmente). Insomma, una operazione di salvataggio in pompa magna, che rischiava magari di non incontrare nemmeno la gratitudine della diretta interessata coinvolta, ma che certo aveva destato enorme curiosità.
Dal vociferare di sottofondo si percepiscono gli umori degli astanti, spettatori curiosi di uno spettacolo reale, ma che poteva essere anche trasmesso dalla televisione. È mezzogiorno, quindi, come di consueto, entro nel solito bar per il mio primo più mezza naturale (lo stesso da qualche anno. Ultimamente prendo anche il caffè: tanto è nel prezzo!). Fino a non molto fa era gestito da una signora pugliese molto gentile, a cui ora sono subentrati due ragazze cinesi (di cui una un po’ tonta), un altro cinese e una cameriera brasiliana. In questo ambiente poliedrico ambiente si misurano le reazioni, dalla cinese tonta che, fa capire, sostiene che si buttasse, quella lì, e non ci si pensasse più, alla ragazza brasiliana che fa invece notare che, se proprio proprio ci si vuole suicidare, meglio buttarsi sotto la metroplitana: offre molte più garanzie di riuscita, in fondo. In effetti, se davvero questa ragazza, attesa da tutti e non vista, si fosse voluta buttare davvero, ora che i pompieri gonfiavano un enorme materasso (che ha destato l’entusiasmo del cinese: mi ha persino chiamato a gran voce per venire a vedere, abbandonando le mie penne al sugo e tonno), salivano con la scala fino al piano e tutto, il tempo di buttarsi lo avrebbe tranquillamente avuto. All’apice della suspense, finalmente si sente un vetro rotto e i nostri eroi che entrano in azione…rompendo la finestra dell’appartamento sbagliato!
Non ho mai maledetto tanto l’inizio di una lezione, che mi ha impedito di finire di vedere uno spettacolo quasi esilarante. Se fossi stato nei pompieri, però, a quel punto, avrei almeno preteso che la gentile ragazza si fosse poi gentilmente gettata per provare l’ebbrezza del volo sul materasso ad aria: almeno non sarebbe stato gonfiato per nulla.
In effetti, però, non manca un aspetto mediatico interessante; è come se intorno a questo fatto, tutt’altro che eccezionale, si fosse condensato un interesse diffuso per la cronaca nera: è la soddisfazione di poter dire di esserci stati e di poter raccontare la propria versione dei fatti (quella che naturalmente i giornalisti non riporteranno mai fedelmente come noi che ci siamo stati!). Dall’altra, in effetti, la cameriera brasiliana aveva ragione: se voleva suicidarsi davvero, non si sarebbe dato luogo a tutta questa inutile montatura, che non ha fatto che distrarre dall’obiettivo finale.
Ma poi, in ultimo, mi domando e mi chiedo: ma come vivrà ora questa benedetta ragazza in un palazzo in cui verrà ricordata come la matta che ha cercato di buttarsi di sotto, che ha creato tutto questo trambusto, e per nulla per giunta? Forse voleva essere un modo plateale di uscire di scena, e, se ci fosse riuscita, le sarebbe andato anche bene: così, però, detto in termini molto prosaici, resta solo un gran sputtanamento. Come dire, tornando a termini aulici, non sempre la gloria (per quanto momentanea) giova a chi l’ha ricevuta…
C’era ancora una esperienza metropolitana che mi mancava, nelle mie lunghe rotte pendolari da nord ovest a Milano sud, prima di laurearmi.
Dopo metà della mia vita di studente universitario passata sul tram 24 (ci si fa una cultura a viaggiare in tram, in tutti i sensi!), non ci si stupisce più se ad un certo punto mamma ATM decide di scaricarti molto prima rispetto a quella che dovrebbe essere la tua fermata: una volta un guasto, una volta piove, una volta c’è qualcuno che parcheggia male o, meglio, ancora, qualcuno decide che vuole tentare di farsi rifare l’auto nuova direttamente dalla società dei trasporti. Non sono mancate occasioni in cui quella landa desolata in quel di via Noto era raggiungibile solo a piedi. Rispetto alla sede centrale, a due passi dal centro, per noi gli scioperi dei conducenti erano un’automatica sospensione delle lezioni. “Qualcuno di voi vola?” chiese una volta Rossana Sacchi ai suoi studenti “No? Allora la lezione è sospesa!”, era l’adagio consueto.
Insomma, questo solo per dire che, in un modo o nell’altro, non ci si stupisce più. Questa volta mi va anche bene, perché vengo scaricato, insieme a un nutrito numero di utenti, a pochi metri dalla mia fermata “Ripamonti-Noto”, e posso tranquillamente farmela a piedi. Mi è però più difficile capire le ragioni di questa interruzione, soprattutto trovando tre grossi mezzi dei vigili del fuoco che ostruiscono la strada e un piccolo capannello di persone che si è raccolto intorno, naso all’insù, a guardare non si sa cosa. Non si sentiva odore di bruciato, né c’erano idranti in giro, quindi non si poteva trattare d’incendio. “Sarà qualcuno che ha lasciato il gas acceso” è il primo pensiero.
Invece no, dopo un po’ si riesce a capire che c’è una ragazza, di età indefinita, che ha deciso di buttarsi dal balcone della sua abitazione all’ottavo piano.
Non avrei immaginato che suicidarsi, o, meglio, paventare un suicidio, potesse muovere tutto quel casino: bloccare il traffico in due sensi con due tram, impegnare tre mezzi della sicurezza, un’ambulanza, uno squadrone di pompieri, e attirare una folla di curiosi sempre più numerosa (me compreso naturalmente). Insomma, una operazione di salvataggio in pompa magna, che rischiava magari di non incontrare nemmeno la gratitudine della diretta interessata coinvolta, ma che certo aveva destato enorme curiosità.
Dal vociferare di sottofondo si percepiscono gli umori degli astanti, spettatori curiosi di uno spettacolo reale, ma che poteva essere anche trasmesso dalla televisione. È mezzogiorno, quindi, come di consueto, entro nel solito bar per il mio primo più mezza naturale (lo stesso da qualche anno. Ultimamente prendo anche il caffè: tanto è nel prezzo!). Fino a non molto fa era gestito da una signora pugliese molto gentile, a cui ora sono subentrati due ragazze cinesi (di cui una un po’ tonta), un altro cinese e una cameriera brasiliana. In questo ambiente poliedrico ambiente si misurano le reazioni, dalla cinese tonta che, fa capire, sostiene che si buttasse, quella lì, e non ci si pensasse più, alla ragazza brasiliana che fa invece notare che, se proprio proprio ci si vuole suicidare, meglio buttarsi sotto la metroplitana: offre molte più garanzie di riuscita, in fondo. In effetti, se davvero questa ragazza, attesa da tutti e non vista, si fosse voluta buttare davvero, ora che i pompieri gonfiavano un enorme materasso (che ha destato l’entusiasmo del cinese: mi ha persino chiamato a gran voce per venire a vedere, abbandonando le mie penne al sugo e tonno), salivano con la scala fino al piano e tutto, il tempo di buttarsi lo avrebbe tranquillamente avuto. All’apice della suspense, finalmente si sente un vetro rotto e i nostri eroi che entrano in azione…rompendo la finestra dell’appartamento sbagliato!
Non ho mai maledetto tanto l’inizio di una lezione, che mi ha impedito di finire di vedere uno spettacolo quasi esilarante. Se fossi stato nei pompieri, però, a quel punto, avrei almeno preteso che la gentile ragazza si fosse poi gentilmente gettata per provare l’ebbrezza del volo sul materasso ad aria: almeno non sarebbe stato gonfiato per nulla.
In effetti, però, non manca un aspetto mediatico interessante; è come se intorno a questo fatto, tutt’altro che eccezionale, si fosse condensato un interesse diffuso per la cronaca nera: è la soddisfazione di poter dire di esserci stati e di poter raccontare la propria versione dei fatti (quella che naturalmente i giornalisti non riporteranno mai fedelmente come noi che ci siamo stati!). Dall’altra, in effetti, la cameriera brasiliana aveva ragione: se voleva suicidarsi davvero, non si sarebbe dato luogo a tutta questa inutile montatura, che non ha fatto che distrarre dall’obiettivo finale.
Ma poi, in ultimo, mi domando e mi chiedo: ma come vivrà ora questa benedetta ragazza in un palazzo in cui verrà ricordata come la matta che ha cercato di buttarsi di sotto, che ha creato tutto questo trambusto, e per nulla per giunta? Forse voleva essere un modo plateale di uscire di scena, e, se ci fosse riuscita, le sarebbe andato anche bene: così, però, detto in termini molto prosaici, resta solo un gran sputtanamento. Come dire, tornando a termini aulici, non sempre la gloria (per quanto momentanea) giova a chi l’ha ricevuta…
mercoledì 16 aprile 2008
fine dei bizantini....
Alla fine, dopo continue e ripetute incertezze, mi sono deciso a presentarmi all'esame di storia dell'arte bizantina, nonostante un gran minestrone dentro la testa e l'impressione che quel poco di memria libera che mi era rimasta fosse stata accuratamente passata con il frullatore: chiese che saltavano da un secolo all'altro, o che improvvisamente migravano da Costantinopoli in Serbia, poi in Grecia (in armenia no, perchè ero stato avvisato che le chiese armene potevo non farle!). Il grosso incubo era l'architettura bizantina, studiata su un libro di Mango con il testo che andava da una parte e le immagini a scorrimento in mezzo, ma non sempre direttamente legate al testo che si legge nella stessa pagina, insieme a una serie di libri e di saggi su argomenti pure interessanti, ma, alla fin fine, scritti piuttosto male: il docente titolare dell'esame, in particolare, aveva scritto un manuale pure utile (non essendocene altri equivalenti in lingua italiana), ma che non mancava, di tanto in tanto, di lasciare la mano a quella che si può dire l'arte del "cazzeggio" con la penna, cioè lo scrivere cincischiando intorno alle cose senza conludere nulla di utile.
A questo, poi, andavano aggiunti due ameni saggi non tanto sulla Santa Sofia di Costantinopoli i età Giustinianea, ma sui soli plutei.
Merita qui una precisazione, perchè ad una prima lettura di quel materiale, francamente, non mi era rimasto molto chiaro cosa diamine fossero questi plutei. Bene, in sostanza sono dei lastroni di marmo infilati fra una colonna e l'altra nella galleria che si affaccia sull'interno della Santa Sofia: in pratica, per dirla con termini della plebe....i balconi! Il saggio in esame si poneva il problema del perché i primi a riprodurre graficamente gli interni della chiesa non avessero mai rpestato attenzione a questo particolare, come se pensassero che, dalla galleria, uno potesse buttarsi liberamente nel naos senza troppi problemi! Insomma, interessante quanto si vuole, ma farci il centro di un saggio, non so. Forse sono io che non capisco il mondo bizantino.
Ad ogni modo, con qeusto grande minestrone dentro la testa mi presento all'esame che, come di consueto, è assiepato digente che non si sa più dove metterla: in una parola, il solito canaio! A questo si aggiunga che si facevano in contemporanea, con le stesso docente, due appelli diversi, nel senso che faceva sia gli esami di storia dell'arte mediavale sia di bizantina, dato che la moda attuale è che i corsi si mutuano: fai due esami diversi, ma il corso è lo stesso, e non è inerente nè all'uno nè all'altro.
ad ogni modo, trovo tre facce amiche, Marco, Massimo e Riccardo, e siamo tutti e tre come quello che in farmaci chiede quaranta camomille, e all'obiezione "ma a cosa le servono?" risponde "ma saranno cazzi miei?!?".
Comunque, in tempi brevi si arriva al dunque. Non è un esame simpatico, specie quando, dopo un po', ti senti fare un discorso del tipo "è inutile che ci giri tanto intorno, una domanda precisa ti ho fatto e voglio una risposta precisa", specie quando poi la domanda si va a circoscrivere...a una nota. "Ma voi della specialistica dovete essere più attenti, dovete leggere anche le note!". Tuttavia, a quell'uomo lì, che Daniela ha ribattezzato orso Yoghi, la parte dell'arrabbiato non sempre riesce bene: alla fine, guarda il libretto, e sconsolato mi dice, "30 no, le posso dare 29, le va bene?"
Qualcuno direbbe "piuttosto 28!"; io, di contro, faccio mio quanto mi disse un altro docente, a un altro esame: "Non è 30, ma è sempre meglio 29 che 28". In questo caso, aggiungerei anche: "E chi se ne frega se non ho ancora capito che cavolo ha fatto Anna Paleologina"!
A questo, poi, andavano aggiunti due ameni saggi non tanto sulla Santa Sofia di Costantinopoli i età Giustinianea, ma sui soli plutei.
Merita qui una precisazione, perchè ad una prima lettura di quel materiale, francamente, non mi era rimasto molto chiaro cosa diamine fossero questi plutei. Bene, in sostanza sono dei lastroni di marmo infilati fra una colonna e l'altra nella galleria che si affaccia sull'interno della Santa Sofia: in pratica, per dirla con termini della plebe....i balconi! Il saggio in esame si poneva il problema del perché i primi a riprodurre graficamente gli interni della chiesa non avessero mai rpestato attenzione a questo particolare, come se pensassero che, dalla galleria, uno potesse buttarsi liberamente nel naos senza troppi problemi! Insomma, interessante quanto si vuole, ma farci il centro di un saggio, non so. Forse sono io che non capisco il mondo bizantino.
Ad ogni modo, con qeusto grande minestrone dentro la testa mi presento all'esame che, come di consueto, è assiepato digente che non si sa più dove metterla: in una parola, il solito canaio! A questo si aggiunga che si facevano in contemporanea, con le stesso docente, due appelli diversi, nel senso che faceva sia gli esami di storia dell'arte mediavale sia di bizantina, dato che la moda attuale è che i corsi si mutuano: fai due esami diversi, ma il corso è lo stesso, e non è inerente nè all'uno nè all'altro.
ad ogni modo, trovo tre facce amiche, Marco, Massimo e Riccardo, e siamo tutti e tre come quello che in farmaci chiede quaranta camomille, e all'obiezione "ma a cosa le servono?" risponde "ma saranno cazzi miei?!?".
Comunque, in tempi brevi si arriva al dunque. Non è un esame simpatico, specie quando, dopo un po', ti senti fare un discorso del tipo "è inutile che ci giri tanto intorno, una domanda precisa ti ho fatto e voglio una risposta precisa", specie quando poi la domanda si va a circoscrivere...a una nota. "Ma voi della specialistica dovete essere più attenti, dovete leggere anche le note!". Tuttavia, a quell'uomo lì, che Daniela ha ribattezzato orso Yoghi, la parte dell'arrabbiato non sempre riesce bene: alla fine, guarda il libretto, e sconsolato mi dice, "30 no, le posso dare 29, le va bene?"
Qualcuno direbbe "piuttosto 28!"; io, di contro, faccio mio quanto mi disse un altro docente, a un altro esame: "Non è 30, ma è sempre meglio 29 che 28". In questo caso, aggiungerei anche: "E chi se ne frega se non ho ancora capito che cavolo ha fatto Anna Paleologina"!
martedì 15 aprile 2008
Ma chi cacchio era Anna Paleologina??? Deliri pre-esame assortiti
è proprio vero: il ripasso a ridosso degli esami è sempre deleterio. Se poi l'esame è di storia dell'arte bizantina, e non c'è un momento in cui non ti si attorcigli la lingua a pronunciare certi nomi, fra Alessio Apocauco, Costantino VII Porfirogenito (e ditemi che comodità deve essere nascere in una stanza foderata di porfido!), un imperatore, Giovanni Cantacuzeno, che decide di smettere di fare l'imperatore e farsi monaco (e ci credo, con un nome così!), che questi nomi non ti si mischino continuamente nella testa per cui non si sa più cosa avrà fatto uno e cosa l'altro, direi che le possibilità di fare confusione sono molteplici. A questo, il fatto che i bizantini, nei secoli fedeli (un po' come l'arma dei carabinieri) hanno replicato gli stessi soggetti per un millennio, e sempre allo stesso modo, non aiuta. Basta poi prendere una manciata di imperatori macedoni, una manciata di imperatori comneni (e anche questi, ditemi voi, che nome per una dinastia!), frullare tutto ben bene, e se il cervello non è già andato in pappa, è la volta buona che quel poco di amteria grigia rimasta decida che si è rotta i coglioni di stare in vostra compagnia (e di tutti questi bizantini assortiti buttati dentro quattro libri -nel caso di questo esame- scritti molto male).
Ma il punto cui volevo arrivare, però, è un altro, ed è un piccolo scambio di sms, "bizantinistico" naturalmente, che a tratti diventa surreale. Nel dubbio su alcune cose, infatti, scrivo a Daniela, la mia amica bizantinista cui questi "vecchiumi" piacciono tanto. Sapendo che il professore con cui devo dare l'esame aveva scritto un saggio su Anna Paleologina (imperatrice reggente del Trecento ma, soprattutto, antenata di casa Savoia), e che lei aveva studiato quel saggio, le scrivo:
"Ma alla fine questa Anna Paleologina che cavolo ha fatto?"
La risposta è semplice e secca, ma mi disarma un po':
"Niente: era italiana"
Onestamente, non mi pare sufficiente per dedicare un saggio a una persona. Oltretutto, questo risveglia il mio spiccato egocentrismo: anche io, in fondo, sono italiano, per cui replico:
"Quindi se i miei genitori mi chiamavano Simmaco Cantacuzeno dedicava un saggio pure a me?!?"
Ma la risposta di Daniela, che è persona saggia, è sintetica ma molto acuta:
"Può essere, ma avresti dovuto fare l'imperatore"
In effetti ha ragione, bisogna quindi trovare una alternativa:
"Ah già, che fregatura! E come si fa a fare un impero in tempi brevi? Se no, senti, il mio patrono [San Luca] è già un santo che dovrebbe star simpatico ai bizantini [il famoso ritratto della Madonna, da cui nascono tutte le icone, lo ha dipinto lui!], non basta? O devo diventare santo pure io?"
Nuova risposta, sempre sintetica:
"Prova! Meglio santo che martire"
Surreale...
sabato 26 gennaio 2008
I Cerri alla Permanente....






oggi pubblico qualche immagine di una mostra molto bella che si è inaugurata mercoledì e cui sono molto felice di aver potuto partecipare. Una mostra importante per più punti di vista. Il primo perchè ad esporre sono due cari amici artisti: Giovanni Cerri e suo padre Giancarlo. Il secondo, per il prestigio del luogo: il Museo della Permanente, una delle grandi istituzioni artistiche di Milano, fondata su una tensione morale ed una utopia di grande importanza, quella di una associazione di artisti che si autogestiscono per il bene dell'arte stessa. In catalogo compare il testo di un altro amico carissimo, Antonio d'Amico, più due interviste fatte da me ai due protagonisti di questa esposizione. Una esperienza importante, decisamente importante.
Ma questa personale doppia ha anche un valor simbolico, da un certo punto di vista, perchè è un passaggio di consegne. Giancarlo non dipinge più da qualche anno, e presenta sette quadri che documentano la sua ultima produzione, quasi un testamento spirituale di cinquant'anni della sua vita dedicati in gran parte alla pittura. Giovanni, invece, presenta i lavori più recenti di una produzione che gli auguro sia ancora lunga e fortunata, come lo è stata fino ad ora. In questa chiave, il titolo della mostra acquista il suo senso: "I Cerri, Giancarlo e Giovanni. La pittura di generazione in generazione"....
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osservatorio casalingo e non
domenica 25 marzo 2007
Udienza da Ratzinger

"Aspettavamo il sole, invece c'è la pioggia, ma anche la pioggia è un dono dello Spirito santo!"
Questo è stato l'esordio di papa Benedetto XVI, ieri, all'udienza in piazza San Pietro per i venticinque anni del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione. Grazie al cavolo del dono divino: lui era coperto sotto la tettoia! Noi, per conto nostro, avremmo preferito essere inondati da tanta grazia in un altro momento, magari anche con elargizione rateizzata. Invece ha fatto un freddo cane e ha diluviato per tutto il discorso.
Detto questo, ieri, come si sarà intuito, ho partecipato a un pellegrinaggio a Roma con un gruppo di CL della Cattolica: un mio amico (Alberto, il figlio di una collega di mamma) mi aveva proposto se volevo aggregarmi, e ho accettato. Ho fatto pertanto l'infiltrato puro in mezzo a una comitiva che studia lingue in Cattolica.
Partenza venerdì alle 23.30 da Molino Dorino, viaggio in pulman fino a Roma, sull'Aurelia alle 7.30, alle 9.00 puntuali in piazza per prendere posto. Da lì attesa fino all'udienza con il papa a mezzogiorno.
Posso dire che c'era una marea di gente, riempiendo anche tutta via della Conciliazione (dicono 80.000 partecipanti), sotto uno dei tempi più inclementi che Roma sappia regalare. Alla fine devo riconoscere che l'insistenza di mamma per farmi portare un impermeabile è stata provvidenziale (anche se mi rompe ammetterlo!). Risultato le due ore successive sono passate fra un'acquazzone, una schiarita, uno sprazzo di sole, di nuovo acqua, acqua e ancora acqua!
Alle 11.00 iniziava la preparazione all'udienza: angelus, lodi, un canto, lettura di uno scritto di don Giussani, altro canto, altro estratto di don Giussani, video di repertorio con don Giussani che parla, altro canto ecc... Giustamente, tutto questo aiuta a creare il raccoglimento necessario.

Al secondo video di "don Gius", però, la proiezione improvvisamente si interrompe, e da lì capiamo che è arrivato Benedetto XVI, che passa due volte fra la folla con la papa mobile. Con il fatto che pioveva con grande generosità della grazia divina, la presenza del papa è stata più percepita che apprezzata, in quando si è seguito soprattuto l'itinerario di un ombrello bianco in mezzo alla folla, in mezzo a una giungla di ombrelli colorati. A questo poi si aggiunga che per una sorta di riflesso incondizionato, al passaggio del papa molti, per l'emozione, o per saluto, hanno tirato su tutti insieme tutti gli ombrelli, e s'è visto ben poco. Nonostante questo, rimane una forte emozione, un po' perchè si percepisce dalla grande partecipazione festante, un po' perchè comunque sai che il papa è lì, anche se non lo vedi c'è e ne percepisci il carisma. Tutto questo è emozionante, come lo era stato, a suo tempo, quando partecipai al saluto a Giovanni Paolo II, fra i milioni di persone che si sono messe in fila per salutare la salma del pontefice: è un'esperienza di impatto molto forte, molto emozionante anche ora, a ripensarci. Sono quelle occasioni che danno la percezione della consistenza materiale della Chiesa come assemblea comunitaria, e trovo che questo sia molto importante.

è stata una sortita lampo, comunque. Finita l'udienza all'una e qualche cosa, alle due di nuovo in partenza per Milano, stanchi morti, con poche ore di sonno alle spalle ma tanto freddo dentro le ossa. Com'è stata questa udienza? Emozionante, sì, ma anche molto umida!
Un'esperienza comunque positiva. Il gruppo mi è sembrato simpatico, e non guasta, e il momento in sè...insomma, sono cose che non si spiegano se non si sono vissute!
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