lunedì 19 luglio 2010

Per Mario Calzini


Questa mattina si è spento anche lo zio Mario. Solo in tempi abbastanza recenti mi sono reso conto che, a suo tempo, era stata una personalità di una certa importanza in campo cinematografico. Purtroppo ne ho dei dati molto imrpecisi, ma so che Mario Calzini (Roma 1920-2010), ingengere, era un esperto di storia della tecnica cinematografica, alla quale aveva dedicato anche due libri:Cento anni di cinema al cinema, Roma 1995 e Storia tecnica del film e del disco, Coppelli Editore, 1993.
Era stato direttore prima della Tecnostampa, dove aveva progettato alcune macchine per lo sviluppo della pellicola cinematografica e per il recupero dell'argento dallo sviluppo della pellicola. Dopodichè è stato a lungo direttore tecnico di Cinecittà. In questo ambito, era stato fra i primi a preoccuparsi, nel dopoguerra, del riversamento e della conservazione dei Cinegiornali di guerra dell'Istituto Luce: in tempi ancora non sospetti, insomma, aveva capito che si trattava di un importante documento storico, e che come tale andava conservato, prima ancora che fosse assodata una accezione allargata, se si vuole, del concetto di bene culturale. Forse è questo l'aspetto per cui maggiormente mi sento di rendergli merito, perchè è quello a cui, tutto sommato, sono più sensibile. Ciò non gli toglie però il merito di essere stato un decano della tecnica e della proiezione cinematografica: del cinema "al cinema", insomma, come recita il suo libro più importante.
A suo tempo, mi dice papà, era stato a chiamato, in qualità di tecnico, a stilare la perizia circa l'autenticità della fotografia diffusa dalle Brigate Rosse che ritraeva Aldo Moro, accertando che non si trattasse di un fotomotaggio.
non trascuro, però, il lato familiare, perchè per me, lo zio Mario, aveva prima di tutto sposato una Nicoletti, cioè la sorella di mio nonno Alberto, Giuseppina; ed è questo che più di altro me lo rende familiare.


http://www.proiezionisti.com/pagine/calzini.php
http://www.mediasalles.it/ybkcent/ybk95_i.htm#ita

venerdì 9 luglio 2010

Ricordo di Dimitri Plescan

Non posso dire di averlo conosciuto, perché quando ebbi l’occasione di incontrarlo era già molto malato, inchiodato a una sedia a rotelle e chiuso in un mutismo che non si è mai riuscito a capire quanto fosse un limite fisico e quanto invece non fosse una scelta determinata di esilio dal mondo. Non sono mai riuscito a capirlo, ma anche per chi gli è stato più vicino, Dimitri Plescan è sempre stato un uomo insondabile, in un certo senso misterioso. Quando lo vidi per la prima volta, all’inaugurazione di una mostra di Giovani Cerri, era già così, e quella doveva essere una delle sue ultime, se non proprio l’ultima, uscite per partecipare a una inaugurazione. Ed era presente soprattutto per un valore affettivo, dato che Dimitri aveva tenuto quasi a battesimo (battesimo artistico ovviamente) Giovanni, presentandone una delle prime mostra, a Lodi, nel 1993. Una mostra che mostrava molti punti comuni fra il giovanissimo Giovanni, che aveva più o meno l’età che io ho adesso, e il più maturo pittore, amico del padre, Giancarlo Cerri.
È però soprattutto l’amico Gabriele Poli che me ne ha parlato talmente tanto che è come se lo avessi conosciuto di persona anche io, o almeno abbastanza per rendermelo familiare, anche se sempre con questi tratti di figura imperscrutabile che ne facevano, ai miei occhi, come una figura leggendaria, con un nome esotico ma molto musicale, un nome che non ne tradiva in realtà i natali milanesi, nel 1931. Era stato suo allievo al liceo Boccioni di Milano, e da allora gli era sempre rimasto legato: forse, anche nel suo profilo artistico, è stata la figura che ha contato di più negli anni formativi, anche più dei successivi anni di Accademia. Ma al di là di questo, c’era da parte di Gabriele, nei confronti del Plescan, un rapporto non solo di stima, ma una vera e propria amicizia coltivata per decenni.
Di poche parole, estremamente meditativo e di grande lentezza, ma nello stesso tempo di acuta e pungente intelligente, posso azzardarmi a dire che degli artisti della sua generazione, a Milano, Dimitri Plescan sia stato quello con la mano di più felice invenzione creativa, anche se fu al tempo stesso la più parca.
Di lui si può dire, come si usa per molti artisti antichi dal catalogo numericamente assai limitato, che fu “pittore di pochi quadri”, ma di molti disegni, di cui molti sui supporti più anticonvenzionali e più disparati. Piccoli e mordenti schizzi di segno ruvido e filamentoso fiorivano sui bordi di fogli e volantini, in mezzo a scritti e appunti, a brevi note di polemica o a pensieri sparsi. Riunire queste carte sarebbe come ricomporre un diario, o i frammenti di un unico discorso fra cui si dovrebbe trovare il collante emotivo.
Questo non significa che non esistessero disegni compiuti, fatti con tutti i crismi dell’opera finita, ma non c’era mai quella cura o quell’attenzione che strizzava l’occhio al mercato: quello che contava era il fare, lento e laborioso, di continua riflessione. È una osservazione che ho riscontrato ricorrente nel ricordo di tutte le persone che ho incontrato e che li hanno conosciuti bene: i Plescan, sia Dimitri sia suo fratello Pietro (anche lui pittore), erano persone che pensavano molto e a lungo, che ponderavano tutto con estrema lentezza, con apparizioni e presentazioni pubbliche della loro opera che erano via via sempre più sporadiche.
Non ne ho ricordi personali, se non di un uomo molto malato, chiuso in un mutismo impressionante, perché riusciva ad essere fortemente comunicativo anche senza l’uso della parola, dalla sola mimica del volto: parlava con gli occhi, con l’inarcarsi delle sopracciglia e un leggero movimento ai bordi della bocca, ma abbastanza per fare capire che era presente e cosciente, e che in un certo senso esprimeva la sua. Ricordo una volta che Gabriele gli dissi “Dimitri, mettiti in posa ch ti faccio una foto” e lui gli rispose con una smorfia ironica arricciando il naso.
Mi aveva colpito molto entrando nella sua abitazione con Gabriele, una delle prime volte che vi mettevo piede, un enorme manifesto della mostra di Picasso a Palazzo Reale alla metà degli anni Cinquanta, da cui sbucava con prepotenza Guernica, esposta per la prima volta in Italia nella Sala delle Cariatidi. Da una parete del salotto campeggiava questo grande monito, che era rivelatore, a mio avviso, dell’approccio alla vita e del pensiero del suo padrone di casa. Ma ricordo anche, per intima passione bibliofila, un catalogo di interessi eclettici e disparati che saltavano fuori dalla sua biblioteca, in cui libri di storia dell’arte si mischiavano a testi di letteratura e filosofia, di psicologia e di altre materie. Fra tutti, mi colpì molto trovare lì una copia del libro di Oliver Sachs sull’Emicrania, e quello di Lang su “L’io diviso”. Quest’ultimo, in particolare, sono convinto che sia stato importante nell’elaborazione di alcuni suoi disegni di uomini dissociati, fisicamente divisi: ad uno sguardo superficiale si potrebbe pensare al Barone dimezzato di Calvino; ma a uno sguardo profondo, penso che quel disegno fosse una metafora dell’io diviso.
Del resto, tutta l’opera di Dimitri Plescan procedeva per metafore, per visualizzazione di concetti. Un disegno per tutti, un grande carboncino con un castello di carte che prendeva la forma, dai contorni, di una falce e di un martello: era stato fatto pochi anni prima della caduta dell’Unione Sovietica, di cui percepiva le fondamenta vacillanti (un castello di carte appunto). Anche da questo nasceva il ritratto, per la maggior parte tramandatomi ancora da Gabriele, di un uomo di giudizi fondati, con delle intuizioni lungimiranti al limite della preveggenza, in anticipo su fatti che si sarebbero verificati in tempi non troppo successivi.
Anche su questo, secondo me, si fonda il mito di Dimitri Plescan. Spegnendosi la mattina dell’8 luglio, viene a mancare un uomo dai contorni sfuggenti, inafferrabile e impenetrabile sotto certi aspetti, che per una vita ha costeggiato, come voce critica sempre fuori da ogni possibile manierismo e da ogni possibile coro, la temperie del Realismo Esistenziale e la crisi dell’identità moderna. In questa chiave, come scrisse una volta di lui Vanni Scheiwiller, si andava oltre il realismo sociale per una lettura nuova del disagio dei tempi: «Ringraziamo tutti Plescan che tenta di guarirci da una pittura fin troppo “associata”: e buonanotte Guttuso!».

lunedì 28 giugno 2010

Un museo sul K2

Un anziano amico pittore mi ha raccontato lo stravagante progetto di un suo collega, che ho conosciuto, al quale frulla in testa l’idea di realizzare un suo museo. Fin qui tutto bene, peccato che l’idea sia di fare questo museo sul K2, in una lega metallica speciale e costosissima, molto resistente alle alte come alle basse temperature. Il dettaglio è che si tratta di un museo blindato, precluso ai visitatori (ma del resto in cima al K2 non ci sarebbero andati in molti). Il termine “museo” con cui mi venne presentata questa idea, infatti, è tutto sommato impropria, trattandosi in realtà di un involucro realizzato in questa lega metallica, da collocare in un crepaccio di quella montagna. Bisogna però farsi una domanda: qual è la ragione di un “museo”, o di questa operazione in generale, in un luogo così impervio e così isolato, anzi davvero irraggiungibile? La spiegazione è semplice e si giustifica con la convinzione che fra due-trecento anni avverrà un grande rivolgimento, che la Terra come oggi la conosciamo non ci sarà più, mentre forse sulle alte cime non si soffrirà di questi sconvolgimenti. Le acque sommergeranno tutto e, allora, il grande involucro, intatto, ritornerà in superfici. In tal modo il museo sulla cima del K2 avrebbe superato la catastrofe e si sarebbe conservato per la posterità o, meglio ancora, per i superstiti. In buona sostanza somiglia a un deposito o, meglio ancora, a un bunker, a un container iper protetto che avrebbe tramandato il suo lavoro. Ha scritto anche un libro in cui racconta la sua vita fin dai primissimi giorni, e che si chiude, nelle pagine finali, con questo sconvolgente scoop. L’idea nasceva dalla presa di coscienza della difficoltà, a settant’anni compiuti, di poter entrare da maestro nei musei del nostro tempo, che le sue opere non sarebbero state accettate per tutta una serie di motivi. A questo punto, l’idea di fregare tutti sul lungo periodo e di proiettarsi in un incerto futuro, su uno scenario apocalittico: tutto sarebbe andato distrutto, ma le sue tele arrotolate dentro l’involucro, i suoi cataloghi e il libro della sua vita sarebbero rimasti come testimonianza della civiltà del nostro tempo. I nomi dei maestri del passato, anche recenti, saranno spariti tutti, non ci sarà più traccia nemmeno dei grandi della storia, ma i suoi dipinti saranno segni dello spirito di questa epoca!
Il progetto è talmente irreale da sembrare una burla, o una proposta fantascientifica fatta giusto per ridere, o per fantasticare su mondi possibili, non, come invece è, con la ferma convinzione della bontà di questa idea e del fatto che questa sia facilmente realizzabile, anzi affermando di avere persino dei contatti per uno sponsor che finanzi l’impresa. Ci sarebbero una serie di “ragionevolissime” spiegazioni fornite per aggirare i numerosi problemi tecnici che l’impresa pone, che però grazie al parente, all’amico e all’amico dell’amico sarebbero tutti superabili. Il punto debole, però, era soprattutto uno: chi ci dice che i superstiti che apriranno l’involucro saranno in grado di leggere in quei cataloghi e capire di cosa si parla, visto che non è detto che siano umani? Chi ci dice che riusciranno a decifrare i suoi quadri con gli stessi codici che usiamo noi? Ma soprattutto, che garanzie dà l’involucro sulla conservazione? Quanto dureranno quei dipinti, che sono materici e di colore spesso, arrotolati? Non si rischia che i futuri scopritori si troveranno delle tele grezze da cui il pigmento si è staccato completamente? Oppure, grazie alla mirabolante tecnologia che avranno allora, saranno in grado di leggere anche scritture che non conoscono e di restaurare dipinti di cui non sanno nemmeno come fossero fatti?
A quanto pare, però, ormai sul K2 non si può più depositare nulla, perché sembra che tutti gli esploratori che vi sono passati vi abbiano lasciato su qualcosa, quindi anche il povero K2 è ormai pieno ci cianfrusaglie.

sabato 30 gennaio 2010

Picasso e la medium

Non se ne sono sentite mai abbastanza per continuare a stupirsi. Mi è capitato di conoscere un collezionista piuttosto singolare. Da quel che ho capito, deve possedere dei dipinti di arte contemporanea notevoli: i pochi pezzi che ne ho potuto apprezzare, in una mostra, erano davvero strepitosi. Fin qui, nulla di strano. Tornando a casa, mi accompagna in auto per un tratto, insieme ad una amica artista. Ero curioso di sapere di più della sua collezione, ma lui, invece, preferisce parlarmi di una medium, sua amica da oltre vent’anni, a cui ultimamente stavano venendo in visita (spiritica s’intende) grandi nomi della storia dell’arte. Sotto la spinta dello spirito di questi grandi artisti, la medium si sarebbe messa a dipingere, realizzando dei quadri bellissimi, a detta di questo collezionista, che vorrebbe infatti farne una mostra. Naturalmente vengono a fare visita a questa medium solo gli animi più nobili, che le trasmettono dei pensieri bellissimi: mai una volta che si degni di apparire in sogno, che so, Saturnino Gatti, o Cagnaccio di San Pietro!
In questo caso, la visita più frequente era quella di Pablo Picasso. Per pura coincidenza, l’amico collezionista possedeva due disegni del maestro spagnolo, di cui uno trovato fortuitamente accartocciato in un libro acquistato senza sapere che potesse esserci questo disegno.
Naturale quindi che il nostro collezionista, a questo punto, desiderasse chiedere al maestro notizie di questo disegno, che per altro era per metà strappato, e di come fosse finito dentro quel libro. Lo spirito di Picasso, per mezzo della medium, le raccontò che aveva realizzato quell’opera grafica (guarda caso aveva una memoria precisa proprio di quel disegno!) in un momento in cui era innamorato di una giovane bellissima donna. il disegno lo aveva fatto per lei, ma lo aveva strappato in un momento di rabbia, perché si sentiva interiormente diviso: da una parte doveva andare via, che il suo lavoro lo chiamava, ma dall’altra era così preso da questa giovane da non riuscire a lasciarla dopo una bellissima notte d’amore.
Naturalmente credo alla buona fede di questo signore, e non ho dubbi che fosse sincero quando si professava convinto di queste cose. Non riesco però a fare a meno di pormi alcune domande. La prima, in che lingua parlasse Picasso: lo spirito parla tutte le lingue, mi risponde l’amica artista, che pure non credeva a questa storia (non a caso, durante il discorso, disse che anche lei, prima di lavorare, si concentrava molto prima di iniziare a dipingere, ma che poi le venivano fuori solo cose sue, non cose di altri!). Questo, però, mi suscita un’altra domanda: ma se parla tutte le lingue, e io non ho mai sentito parlare di persona Picasso, da cosa capisco che è davvero il maestro che mi sta parlando e non un altro spirito che si sta burlando di me? Una persona amica si può riconoscere dalla voce, ma se non appare in figura (e anche questa non sarebbe una garanzia) come posso essere certo dell’identità dell’ente che mi si manifesta?
E soprattutto: ma perché Picasso sarebbe andato a scegliere come predestinata proprio questa medium e non un’altra?
Avrei voluto sapere, poi, se concentrandosi sotto la guida di questi artisti importanti, la medium avesse dipinto quadri cubisti o secondo lo stile del pittore in visita. In questo caso, meno male che gli scultori non si scomodano a fare visita alla medium, perché se no sarebbe un vero problema, specialmente dal punto di vista logistico. Mi piacerebbe sapere, poi, cosa potrebbe succedere, ad esempio, il giorno che verrà a trovarla lo spirito di un qualsiasi body artista, magari di quelli duri e puri, e anziché dipingere comincerà a squartare le bestie per farne performance. Ma in quel caso, forse, non ci si stupirebbe più di tanto.


28 gennaio 2010

domenica 1 febbraio 2009

barbarie pubbliche a Milano


Secondo me una operazione del genere (a Milano, in stazione centrale, dopo i lavori di ammodernamento) meriterebbe una esecuzione capitale istantanea, senza appello e senza esitazione. L'intervento di per sè è discutibile, ma mi piacerebbe sapere chi è quel criminale che ha pensato bene, dopo avere tagliato due belle fette di pavimento a mosaico (va bene, non è antico mosaico romano, ma è pur sempre una struttura di inizio secolo!) ha pensato bene, visto che gli dispiaceva amputare le alucce delle aquile, di mettere il "moncone" in piedi a 90 gradi... Insomma, per riparare una cosa, non si è fatto che un intervento peggiorativo. Indecente!